Racconti: Isabella e Filippo - Giovanna Barbieri

Buongiorno!
Iniziamo bene la giornata! ...no! Il sole non splende! Ma abbiamo nuovi racconti in arrivo per voi!
Iniziamo dal primo: si tratta di

Isabella e Filippo di Giovanna Barbieri


Come?
Avete già sentito questo nome?
Per forza!
Ma vi ricorderò tutto alla fine, godetevi il racconto! 



ANNO DOMINI 1313

Non ce la faccio più a uccidere in questa guerra senza fine. Sono stanco, vorrei solo tornare a casa.

Filippo l'arciere si posizionò sul tetto della casupola in attesa che l'esercito nemico si avvicinasse agli armigeri di Cangrande della Scala. Si trovava nei pressi di Montebello già da alcune settimane, il Cane in agosto aveva informato l'esercito che i patavini avevano ripreso le scorrerie in territorio vicentino ed era preoccupato che il comandante dell'esercito guelfo potesse entrare a Verona, devastandola. Padova si era illusa di poter sconfiggere con facilità i ghibellini dopo la morte improvvisa dell'Imperatore Enrico VII a Buonconvento. Tuttavia, secondo la sua opinione, il signore di Verona sembrava animato da una missione superiore e loro continuavano a marciare con risolutezza e coraggio contro un nemico superiore in numero.
Filippo strizzò gli occhi e nella lieve foschia che precedeva l'alba notò il luccicare delle armi avversarie colpite dalla prima luce.
Entro un'ora al massimo saranno al villaggio, pensò accigliandosi.
Non aveva timore di morire, lo spaventava di più la possibilità di venire mutilato durante la battaglia.
Non voglio essere un peso per mia madre e le mie sorelle. E se anche riuscissi a ottenere il permesso per accattonaggio, non è detto che riesca a sopravvivere in quel modo.
Luigi si morsicava ansioso le unghie e lo osservava dal basso. Era un giovane fante suo amico, basso di statura per la sua età e non molto robusto.
«Filippo, cosa vedi?» gli chiese togliendosi l'unghia del pollice dalla bocca.
«Solo il vago chiarore delle lame rivali, Luigi.» Restò sul vago non desiderando terrorizzare il giovane uomo.
Se preso dal panico il ragazzo si fosse dato alla fuga, il signore della città o uno dei suoi cavalieri lo avrebbero inseguito e punito con la morte vanificando l'eventualità per la sua famiglia d'ottenere i bottini guadagnati nelle razzie e spogliandola di ogni altro possedimento. Il tempo passò lento e Filippo preparò la freccia nella scocca.
«Luigi, sono qui, preparati!» gli urlò.
Vide il giovane acquattarsi dietro il muro di una casa e rimanere fermo in attesa che la lotta terminasse. Non gli diede torto, trovarsi di fronte uomini adulti, robusti il doppio e ben armati avrebbe impaurito chiunque. Infine la lotta iniziò e Filippo si concentrò sui nemici dimenticandosi di tutto il resto. Uccise armigeri rivali e schivò frecce nemiche in più di un'occasione.
Per fortuna pare solo un'avanguardia guelfa, pensò dopo un'ora scendendo dal tetto.
I guelfi si stavano allontanando dalla sua linea di tiro e non poteva più colpirli. All'improvviso un piccolo gruppo lo circondò e lui riuscì a trafiggere due fanti guelfi ma gli altri lo caricarono inferociti. Filippo li colpì ma non era protetto con armature e oltre all'arco possedeva solo un pugnale. Lo avrebbero certamente ucciso se uno dei cavalieri ghibellini non si fosse precipitato in suo soccorso.
Lo riconobbe e lo ringraziò chinando il capo, poi con agili movimenti salì su un altro riparo. Iniziò a scoccare ancora prendendo con accuratezza la mira.
I guelfi stanno per essere sconfitti, gioì dopo un po'.
Infatti gli armigeri scaligeri erano riusciti a uccidere o mutilare tutti i patavini presenti nel piccolo abitato. Quando scese andò subito in cerca di Luigi ma non riuscì a scorgere il giovane fante da nessuna parte.
È possibile che sia fuggito o morto? S'interrogò toccandosi pensieroso il pizzetto castano.
Si riscosse, lo scudiero del nobile Nogari, suo capitano, attirò la sua attenzione con un gesto e lui gli andò incontro.
«Arciere Filippo, il capitano Nogari desidera convocarti all'interno della sua tenda» lo informò Antonio.
Quando entrò il nobile lo attendeva dietro un tavolaccio da campo usato come scrittoio.
«Filippo, hai per caso visto quel giovane fante tuo amico? Non ha risposto all'appello» lo interrogò l'uomo scrutandolo con intensi occhi scuri.
Lui non ripose subito, incerto se metterlo al corrente dei suoi timori ma alla fine decise di coprire Luigi: «No, capitano, non l'ho visto oggi. È possibile che sia morto durante la lotta; forse il cadavere non è ancora stato trovato.»
«Dubito, è un pusillanime. Si sarà nascosto da qualche parte, in ogni caso riferiscimi se dovessi incontrarlo» lo congedò.
Filippo uscì angustiato dirigendosi verso le tende dei compagni. Scrutò il cielo e notò che la mattina stava invecchiando e il meriggio s'avvicinava.
Credo si sia defilato e non me la sento di tradirlo, lo inseguirebbero subito. Se Luigi è furbo si è già messo in cammino e continuerà la marcia anche con le tenebre, rifletté.
Salutò alcuni compagni e si diresse al fuoco di campo per mangiare. Con un pezzo di pernice in mano osservò uno dei cavalieri montare il proprio destriero; lo conosceva bene e s'azzardò a interrogarlo.
«Dove state andando, cavaliere? È prevista un'altra sortita?»
«No arciere, vado a cercare un giovane fante assente all'appello. Il capitano Nogari sospetta sia un disertore.»
Filippo rabbrividì, se lo troverà sarà la fine per quel ragazzino sconsiderato, non poté far meno di pensare.
Non rimuginò oltre e quando il cavaliere lasciò il campo fu attirato ancora dal profumo invitante del cibo che stava cuocendo. S'accaparrò un altro pezzo di pernice e un boccale di vino speziato addolcito con il miele. Dopo il pasto, per celebrare la vittoria, i mercenari al soldo di Cangrande andarono in cerca di bottino e di donne disponibili. Lui e alcuni suoi compagni della valle Provinianensis li seguirono sperando di raccogliere dei beni da rivendere. La piccola chiesa locale era già stata spogliata di ogni avere e i mercenari si stavano accanendo contro i montebellani.
All'improvviso, nonostante la confusione, udì le grida di terrore di una donna. Per istinto si diresse verso il suono ed entrò nella baracca da dove proveniva l'urlo. Il capofamiglia era già stato trafitto da una spada e giaceva agonizzante a terra, la moglie, invece, si dibatteva e piangeva sotto le grinfie di un mercenario che la stava violentando. Filippo notò altri due uomini che stavano infilando alcune galline e una forma di formaggio in un sacco.
Mio Dio, li stanno massacrando per il cibo!
Una ragazzina di circa dodici anni piangeva disperata in un angolo della casetta in attesa di essere violentata e uccisa.
«Perché? È solo povera gente, non hanno nulla degno di essere rubato!» urlò indignato.
Afferrò i capelli del mercenario sdraiato sulla donna e con forza gli tirò il capo all'indietro; quando l'uomo si fu scostato da quella poveretta lo riempì di calci ma gli altri due soldati di ventura reagirono sguainando le spade.
«Fatti gli affari tuoi, arciere» ringhiò uno dei ladri con lampeggianti occhi verdi.
«Li avete uccisi per procurarvi delle scorte! Sono innocenti e ghibellini.»
Sono più corrotti e violenti degli armigeri veronesi.
Il secondo ladro, un mercenario basso e scuro di carnagione, lo caricò e lui parò il colpo con l'arco usandolo come una spada. Due contro uno era un comportamento molto sleale e lo avrebbero ferito a morte se quattro dei suoi compagni della valle non fossero entrati nella capanna.
«Filippo, possibile che ti metta sempre nei guai?» sorrise uno degli amici.
I due mercenari rinfoderarono le spade e lui si rilassò.
«Stavamo scherzando» disse occhi verdi e un ghigno gli alzò il labbro superiore.
Non posso lasciare la bambina con loro, potrebbe essere mia sorella minore, pensò infine afflitto girando il capo verso la sfortunata contadinella.
«Lei viene con me» disse agli uomini.
L'afferrò per un braccio facendola alzare e la trascinò con sé mentre la piccola piangeva e si dibatteva. I mercenari cercarono di fermarlo ma aveva gli amici della valle a guardargli le spalle.
«Sta ferma, sto cercando di salvarti. Non puoi restare con tua madre.»
Lei, che non conosceva il dialetto veronese, strabuzzò gli occhi e cercò di scappare dalla sua presa ma Filippo non la lasciò andare.
«Antonio, ho bisogno di vedere il capitano» disse infine piantandosi di fronte alla tenda del suo capitano.
L'uomo che era di sentinella entrò un attimo uscendone dopo alcuni istanti. «Entrate.»
Filippo e la ragazzina avanzarono. «Capitano, i mercenari stanno uccidendo i contadini e abusando di tutte le giovani donne presenti nel villaggio» gli comunicò agitato.
Il nobile non sollevò un sopracciglio. «Fa parte della loro ricompensa, molti guerrieri decidono di prendere le armi solo per quello. Dovresti divertirti anche tu, magari con quella bambinetta che stai trascinando» ghignò.
«Capitano, distruggeranno il villaggio e il popolo vicentino ci odierà. Questo comportamento non aiuterà la causa ghibellina!»
«Attento alle tue parole arciere, potrei prenderle per insubordinazione. Cosa vuoi che c'importi di contadini affamati e cenciosi? Noi scaligeri combattiamo per il controllo del territorio.»
La ragazzina nel frattempo si era accovacciata in un angolo della tenda stringendo con disperazione le ginocchia al petto.
Povera creatura, cresciuta per lavorare la terra e generare figli al futuro marito, non poté evitare di pensare.
In quel mentre il cavaliere spedito alla ricerca di Luigi ritornò con il fante. Il ragazzo era stato picchiato dal nobile e a suo avviso Luigi non poteva vedere dove lo stavano conducendo.
«Molto bene, cavaliere de Borghetti» Il capitano sorrise soddisfatto e lui tremò.
«L'ho trovato in fuga poco lontano dall'accampamento» rispose questi.
«Legalo bene e portalo fuori, domani sarà giustiziato all'alba» annunciò il nobile Nogari.
«È solo un ragazzo!» s'infuriò lui. «Perché non fustigarlo e lasciarlo vivere invece di ucciderlo?» propose.
«No, molti seguirebbero il suo esempio e poi è solo un fante codardo» disse il cavaliere con disprezzo.
Quella fu l'ultima goccia, Filippo afferrò il suo arco e scoccò la freccia in direzione del manesco cavaliere centrandolo al petto mentre il capitano urlava per attirare gli altri armigeri. Antonio entrò e lui lo atterrò con un pugno, non voleva altre vite sulla coscienza. Per fortuna erano tutti in cerca di bottino e nessun altro rispose al suo richiamo. Filippo aveva appena ucciso un nobile, un reato gravissimo per un semplice popolano come lui. Corse fuori trascinando con sé Luigi e lasciò la fanciulla al suo destino.
Aiutò l'amico a montare davanti a lui sul destriero del cavaliere morto e lo spronò.
Cosa farò adesso? Non posso ritornare da mia madre e da mia sorella. Anche se non sono coinvolte nel crimine il signore di Verona le spoglierà di ogni bene, rifletté pentito.
Decise di dirigersi verso Trento e la sua valle, conosceva quei luoghi e forse aveva qualche possibilità in più di sopravvivere.

Il primo giorno cercò di allontanarsi il più possibile da Montebello sostando solo qualche ora di notte. Il giorno seguente lasciò Luigi avvolto nel suo mantello accanto a un fuoco poco fumoso e andò a caccia. Infilzò due quaglie e ritornò dall'amico. Il fante non stava bene.
«Luigi, te la senti di mangiare? Preparo una quaglia» gli domandò.
Era preoccupato ma non era un cerusico o un guaritore e non sapeva cosa fare per lui.
«Non ho fame, Filippo» mormorò il ragazzo.
Addolorato, sbudellò il pennuto e lo cucinò. Aveva fame e lo trangugiò nonostante l'angoscia.
Non potendo passare da Verona, allungò la strada che lo avrebbe portato nella valle dirigendosi a Villafranca, Sommacampagna e infine Volargne. Continuò sempre all'erta in attesa che qualche cavaliere scaligero gli si parasse di fronte.
Ho ucciso uno di loro, Cangrande avrà certamente inviato un esploratore sulle mie tracce, pensò.
Doveva andare a procurarsi del cibo quel pomeriggio ma, appena nascosto Luigi in un pertugio coprendolo con le fronde, sentì avvicinarsi degli zoccoli. Si schiacciò accanto al compagno e rimase in attesa. Spuntarono degli esploratori imperiali: forse berrovieri oppure armigeri sul suo percorso. Rimase nascosto fino a che non scomparvero, non voleva più uccidere.
Si trovava nei pressi delle colline di Sommacampagna, Luigi aveva la febbre alta da giorni, le sue ferite si erano infettate; il suo amico stava morendo senza che lui potesse aiutarlo.
«Lasciami qui, Filippo, salvati almeno tu» mormorò il ragazzo guardandolo. «Non dovevi uccidere il cavaliere per me.»
«Non ho ucciso il paladino solo per te ma per tutti i reclutati massacrati in questa guerra senza fine. Sono stanco di uccidere. Ora riposa.»
Luigi chiuse gli occhi e Filippo si sdraiò ancora. Sapeva che l'amico non ce l'avrebbe fatta, aveva visto tanti altri armigeri morire di avvelenamento del sangue.
Quando si svegliò il mattino seguente Luigi era morto. Pianse, pregò per la sua anima e lo seppellì nella boscaglia. «Mio Signore, era un bravo ragazzo; quando busserà alla vostra porta, se potete, lasciatelo entrare.»
Fischiò al cavallo, rimontò in sella e non si fermò per una settimana; si sentiva solo senza Luigi e trascorse il mese di settembre guardandosi alle spalle e mangiando quando poteva.
Non posso continuare così ancora a lungo, devo trovare un luogo dove fermarmi prima dell'inverno.
Si trovava nei pressi della via che portava al Brennero e cavalcava immerso nei suoi cupi pensieri.
«Fermati o sarà il tuo ultimo respiro» lo minacciò un uomo biondo tenendolo sotto tiro con un arco a lunga gittata.
Si riscosse e afferrò la sua arma incoccando una freccia. Tre berrovieri imperiali fuoriusciti dal loro esercito lo stavano fissando. I due più giovani lo squadrarono stupiti con sguardo ebete minacciandolo a loro volta con i loro archi.
Che idiota che sono! Come ho potuto distrarmi tanto? Potrei uccidere il più anziano con un tiro, ma gli altri due mi sarebbero addosso nel giro di un secondo, calcolò facendo indietreggiare il cavallo.
«Sono il capitano Robert von Berlin e loro sono Ugo e Sebastian. Anche tu sei un fuorilegge» disse il più sveglio dei tre.
Filippo immaginò che l'uomo l'avesse studiato con attenzione prima di parlare e che, in qualche modo, lui avesse superato l'esame.
«Sono Filippo l'arciere.»
«Abbassa l'arma, non abbiamo intenzione di colpirti. Siamo tutti dalla stessa parte.»
Lui squadrò l'uomo biondo e giunse alla conclusione che al capitano imperiale fosse un secondo più sveglio di quei due idioti al suo seguito.
In fondo della compagnia è quello che mi ci vuole, non faccio che guardarmi alle spalle.
«Cosa offrite?»
«Potrai unirti a noi: mangerai tutti i giorni, prepareremo balzelli e ci proteggeremo a vicenda.»
Accettò, non aveva molta scelta, erano in tre contro uno; inoltre si sentiva un reietto.

***

Isabella procedeva lenta sul suo stanco giannetto1. Da quattro giorni lei, l’anziana ancella Tommasina e tre dei più attempati armigeri del casato de Zane cavalcavano per raggiungere il castello di Malcesine. La fortezza, situata a nord-ovest del centro cittadino, in un punto strategico del Lago di Garda, era dominio degli scaligeri feudatari di suo padre, il conte di San Pietro in Cariano. Il castellano lacustre aveva perduto la moglie qualche anno prima e ora desiderava risposarsi. Isabella aveva pianto quando l’avevano separata dalla madre ma sapeva che a lei e a tutti i suoi fratelli e sorelle non primogeniti erano riservati i medesimi destini.
Almeno io sposerò un ricco nobile castellano, sarò rispettata e accudita, sospirò senza crederci.
Le ombre si stavano allungando nel bosco della Valle Provinianensis, ciononostante Giovanni, il capitano degli armigeri, decise di continuare a muoversi. Entro il notturno sarebbero giunti in una località chiamata Pastrengo, un piccolo borgo di malandate case contadine dove sostare per la notte. Isabella avrebbe desiderato montare subito il campo; il padre prima di partire l’aveva istruita riguardo i pericoli notturni nei boschi e lei non desiderava incappare in lupi, in orsi o in fuorilegge.
«Potremmo alloggiare nella locanda del paese, mia signora» cercò di rallegrarla Tommasina.
«Perché non proponi a Giovanni di montare il campo in quella radura laggiù?» insistette ancora. «Si sta facendo troppo buio per continuare a cavalcare.»
Tommasina avvicinò il suo giannetto al destriero di Giovanni e iniziò a discutere con lui. Il guerriero si grattò la testa quasi calva, soppesando le parole dell'ancella. Isabella, osservandoli scontrarsi notò che l’uomo non era a suo agio sul palafreno, questi infatti stava giocherellando nervoso con le briglie dell’animale.
Non ci vuole uno stratega per intuire che un campo è difendibile con più facilità da attacchi di berrovieri2 e di animali, s’irritò lei.
«No, procediamo» tagliò corto il capitano.
Desidera un giaciglio caldo e asciutto, forse anche una compiacente locandiera, pensò corrucciandosi.
Isabella sospirò, non aveva molta voce in capitolo e le serviva la collaborazione dei soldati per raggiungere Malcesine.
La stella della sera era da poco spuntata in cielo quando udì il primo sibilare di frecce. Si chinò per istinto sul suo cavallo urlando un avvertimento. Troppo tardi, i tre armigeri di San Pietro erano già stati colpiti mortalmente: uno alla gola, un altro al cuore e l’ultimo allo stomaco. Terrorizzata spronò il suo giannetto per avvicinarsi a Tommasina. Con dolore e sgomento notò che un dardo le fuoriusciva dalla parte bassa della schiena. Isabella la toccò e la vecchia serva aprì gli occhi.
«Fuggite» le mormorò.
Isabella sapeva cosa accadeva alle giovani donne in balia di spietati briganti e si angosciò mentre incitava al galoppo il piccolo destriero. Dietro di sé udì il rombo sordo di zoccoli in corsa. Presa dal panico esortò ancora il suo cavallo. Era consapevole del pericolo per la cavalcatura ma la paura la sopraffece. Aveva percorso un paio di leghe quando uno zoccolo del suo animale scivolò e si ritrovò a terra. Con timore alzò il viso infangato e vide due ombre armate di archi e di spade tenerla sotto tiro.
«Chi siete, cosa volete?» non poté evitare di domandare.
Il primo uomo rise sguaiatamente e smontò da cavallo. Parlò con l’altro in una lingua sconosciuta. Il guerriero le si avvicinò e Isabella scorse il colore della sua sopratunica.
Berrovieri, mercenari fuggiti dalle file dell’esercito imperiale di Enrico VII, pensò subito terrorizzata.
Il primo uomo l’afferrò e la girò a faccia in giù, schiacciandola al suolo con il suo peso. Lo udì armeggiare con le cinghie delle brache3 e le sollevò la veste. Vuole violarmi! pensò sconvolta dibattendosi e urlando.
«No, lasciami!» vociò spaventata.
Il secondo berroviere venne in aiuto del compagno e ghignando la tenne ferma mentre udiva i movimenti dell’altro che si liberava delle calze. Isabella si mise a strillare e piangere ancora più forte. Mi uccideranno, pensò angosciata.
«Fermi!» comandò la voce di un terzo uomo. «Legatela e portatela da Robert.»
Gli uomini gli ubbidirono controvoglia. Per tutto il tragitto nel bosco lei continuò a singhiozzare atterrita e traumatizzata, non sapendo cosa il destino avesse in serbo per lei.
Cosa vorranno da me e Tommasina? Hanno già rubato la dote, rimuginò afflitta.
La notte era scura e senza luna quando giunsero in un accampamento. L'ancella gemette non appena gli uomini la fecero smontare da cavallo e lei si riscosse.
«Tommasina è ferita, ha bisogno di riposo e di cure» affermò più calma.
«La perdita di sangue è stata fermata, non morirà» asserì il terzo fuorilegge.
Isabella ne dubitava, l’anziana serva non era robusta e aveva perduto molto sangue durante il tragitto.
«Che bisogno c’era di colpirla? Non avrebbe fatto del male a nessuno» esclamò arrabbiata e addolorata..
«È stato un errore, cavalcava vicino agli armigeri» disse questi.
«Posso provare a curarla domattina?» lo pregò.
L’uomo annuì e le spinse dentro una capanna di legno e fango. «Dormite. All’alba Robert vorrà parlarvi» annunciò questi congedandosi.
La nascita del sole arrivò sin troppo presto. Isabella giaceva ancora semi addormentata in un puzzolente pagliericcio quando un berroviere in cotta di maglia e colori imperiali entrò nella casupola seguito dal terzo brigante della sera precedente. Isabella li studiò con attenzione: il primo guerriero, il capitano di quella combriccola, era robusto, sulla trentina, biondo e puzzava. L’altro invece era castano, più snello, giovane e con intensi occhi grigi.
Ha i colori scaligeri!
«Cosa volete da noi? Lasciateci andare» li supplicò Isabella.
Tommasina riposava su un altro pagliericcio, bruciante di febbre.
Se non la curo morirà, si preoccupò lei.
«Abbiamo noi la tua dote, il promesso sposo non ti mariterà» sostenne Robert con forte accento del nord.
«Sappiamo che sei la nobile figlia di qualche vassallo ma anche che tuo padre probabilmente non pagherà per riaverti» affermò l’armigero castano.
Isabella rabbrividì sapendo che sosteneva il vero; il nobile padre non l’avrebbe aiutata a uscire da quella sventura. .
«Sono Isabella de Zane, figlia di Aliostro de Zane, vassallo degli scaligeri. Mio padre mi farà cercare e vi ucciderà» cercò di spaventarli.
«Siamo un gruppo di fuoriusciti con alcune donne, io sono Robert von Berlin e lui è il mio secondo, Filippo l’arciere» rise il capitano. «Un’altra donna ci servirebbe» ammiccò diretto a Filippo.
Il capitano uscì dalla baracca e Isabella tremò. Sapeva cosa comportasse quell'affermazione: violenze quotidiane e non un minuto di riposo.
Non posso fuggire, mi perderei nei boschi, constatò sconfitta.
«Per favore, lascia prima che aiuti Tommasina» lo supplicò.
Il giovane arciere era rimasto nella stanza e la stava fissando contrariato.« Cosa vi serve?» capitolò.
Isabella aveva sempre pensato che i briganti fossero senza cuore e compassione, però quell’uomo l’aveva salvata dallo stupro e ora aveva intenzione d’aiutarla con l'ancella.
«Aceto per disinfettare la ferita e corteccia di salice per la febbre» lo informò.
«Le donne del campo non conoscono le proprietà delle erbe mediche» replicò secco.
«È settembre e siamo in un bosco, troverò io la corteccia» propose lei.
L’arciere la squadrò in strano modo soppesando le sue parole, infine la liberò e la spintonò fuori. Isabella chiuse un istante le palpebre, accecata dai raggi del sole. Quando riaprì gli occhi scorse intorno a sé un piccolo borgo non notato la notte precedente.
«Da questa parte» la spinse lui.
Uscirono dall'abitato e s’inoltrarono nella boscaglia. Lei controllò con scrupolo gli alberi e trovò la pianta che le serviva.
«Questo è un salice. Mi serve la sua corteccia» disse invogliandolo a prelevarla con il suo coltello.
Infine ritornarono nel centro del piccolo villaggio. Un paiolo era collocato sul fuoco e una donna ne girava il contenuto con un cucchiaio di legno.
«È possibile avere dell'altra acqua calda?» domandò lei.
«Chi ti ha insegnato a riconoscere le erbe mediche?» indagò lui incuriosito.
«Tommasina, durante le nostre passeggiate. Da giovane è stata novizia presso l'abbazia del Sacro Cuore ad Arbizzano» spiegò lei.
«Lucilla, c’è dell’acqua pulita e dell’aceto?» chiese lui alla donna accanto al fuoco.
«Laggiù» rispose quella osservandola stupita.
«Lei è Isabella» la presentò Filippo sorridendo. «L’abbiamo rapita ieri sera e la sua dote ci permetterà di sopravvivere quest’inverno.»
Lei rimase silenziosa, prese una ciotola di cotto la riempì di acqua e l’avvicinò al fuoco. Quando l'acqua iniziò a bollire, spezzettò la corteccia e la gettò nel contenitore. Una volta pronta si recò con l’uomo nella baracca dove giaceva Tommasina. Disinfettò la ferita della serva con l’aceto, poi la fasciò strettamente.
«Puoi aiutarmi a farle bere la tisana?» domandò con gentilezza.
L’uomo annuì di controvoglia, sollevò il capo della vecchia ancella e lei con pazienza la forzò a sorbire il liquido.
«Ora dobbiamo solo aspettare, quando si sveglierà le preparerò un’altra tisana» disse soddisfatta.
Filippo grugnì, la prese per un braccio e la trascinò all’aperto di fronte a Lucilla. La donna poteva avere sui vent'anni e era graziosa.
«Fate quello che vi chiede. Io devo andare a caccia» le ordinò lui lasciandole sole.
Isabella si preoccupò consapevole del fatto che, se i due uomini del giorno precedente avessero voluto aggredirla ancora, nulla li avrebbe fermati. Spaventata si guardò intorno diffidente. Per fortuna i berrovieri imperiali non erano in vista.
«Sono la compagna del capitano Robert. Ora vieni con me, dobbiamo nutrire i cinghiali, i cavalli, le capre e le quaglie» la stupì lei in dialetto veneto.
Al castello il conte de Zane aveva animali ma non allevava quelli selvatici, tranne che i rapaci per la caccia. Lucilla le mostrò cosa fare e lei preparò un pastone d’avanzi per i cinghiali, poi strigliò e nutrì i destrieri. Infine passò ai volatili e alle capre.
«Non mungete le capre?» domandò lei.
«Per quale motivo? Non sappiamo fare il formaggio» confessò Lucilla.
«Io sì. Spesso affiancavo mia madre quando controllava i cuochi. Lo si può sia stagionare sia consumare subito» le rivelò.
«Tenete un secchio e insegnatemi a mungerle» le ordinò la donna.
«Non so mungerle ma non credo sia così difficile.» Dopo diversi tentativi il latte cominciò a riempire il secchio.
Infine lei si diede da fare con il liquido, lo lasciò bollire e infine lo versò in una fuscella di fortuna in attesa che il siero spurgasse.
«Domani aggiungeremo delle spezie per dargli sapore, come aglio selvatico ed erba cipollina. Per ora deve riposare in un luogo buio e asciutto» la istruì.
La donna la condusse in una minuscola costruzione adibita a magazzino. «Qui mettiamo la carne affumicata, andrà bene anche per il formaggio. Ora vieni con me, dobbiamo lavare gli abiti sporchi» le comunicò asciutta la donna.
A loro si unirono altre due donne adulte.
Le mogli o compagne dei berrovieri, indovinò lei, chissà se sono a conoscenza dei comportamenti dei loro uomini, si domandò.
Le altre parlavano male il dialetto veneto e la giovane si chiese da dove provenissero e perché si fossero unite ai fuorilegge.
«Se te lo stai domandando, sono fuggite dal Sacro Romano Impero accusate di furto. Non volevano finire sulla forca così si sono dirette a sud. Sulla via hanno incontrato i briganti e recentemente Filippo» le raccontò Lucilla mentre strizzava i capi d’abbigliamento.
«E tu?» indagò lei curiosa
«Non sono affari tuoi!» esclamò la donna stupendola.
Un'ora più tardi le rivolse ancora la parola: «Ho ucciso uno dei miei clienti. Era ubriaco e voleva scuoiarmi.»
Lei rabbrividì e immaginò fosse stata una donna di malaffare. Sulla via del ritorno udì un vociare di uomini e s’inquietò.
I due armigeri imperiali saranno ritornati? Filippo mi difenderà ancora?
Una volta nel centro del villaggio Isabella si nascose dietro a Lucilla; per fortuna i fuoriusciti non la degnarono di uno sguardo e lei trasse un sospiro di sollievo.
«Abbiamo catturato due pernici, una quaglia e un piccolo cervo» urlò Filippo.
Lavorò duramente quella mattina pulendo e cucinando le pernici. Il piccolo cervo invece fu affumicato e riposto dove era stato collocato a stagionare il formaggio. Nel tardo meriggio con timore s’avvicinò al brigante dagli occhi grigi.
«Vorrei andare a prendere altra corteccia di salice per Tommasina e anche delle spezie per insaporire il formaggio.»
Non vedeva l'ancella da molte ore ma sospettava che bruciasse ancora di febbre.
«Va bene ti accompagnerò, le altre donne sono occupate» ghignò lui facendole notare come gli armigeri spingessero le poverette all’interno delle rispettive baracche.
Isabella inorridì e s’allontanò in fretta; dapprima si dedicò alla corteccia, poi passò all’aglio selvatico, all'erba cipollina, alle spighe di cereali selvatici, alla borragine e ai piccoli tuberi commestibili da aggiungere alla zuppa serale.
«Perché stai prendendo tutta quella roba?» le domandò Filippo a un certo punto.
«Sono per la zuppa di questa sera, aggiungeranno sapore» replicò lei con paura.
Filippo grugnì. Insieme ritornarono indietro al calar del sole. Isabella si diresse subito da Tommasina ma la serva giaceva immobile e pallida nel suo pagliericcio. Lanciò un grido e Filippo entrò. Lei iniziò a piangere sconsolata constatando la morte dell'amata ancella.
«Vieni, hai la cena da preparare. A lei penseremo più tardi» affermò senza pietà il bandito.
Ora sono sola in questo luogo isolato con quattro uomini crudeli, si dolse lei piagnucolando mentre puliva la verdura e la gettava nel paiolo con i pezzi di pernice spennati.
«Buona. La migliore che abbia assaggiato da quando viviamo qui» constatò Filippo leccandosi le labbra.
«Hai fatto bene a non ucciderla» si complimentò infine con Robert.
«Aggiungo però che la vecchia è morta, dobbiamo seppellirla.»
Il capitano ruttò di gusto e si alzò. «Pensateci voi» ordinò rivolgendosi agli altri armigeri.
Filippo e i compagni spostarono l’anziana donna che già puzzava. Scavarono una fossa e la gettarono dentro. Lei pianse tutte le sue lacrime, poi cadde in ginocchio e pregò per l' anima di Tommasina.
«Ora basta. Vieni.»
Filippo le afferrò un braccio e la costrinse a seguirlo dentro la sua casupola. Lei iniziò a tremare di paura e cercò di non guardarlo mentre si spogliava, temendo che l’uomo volesse approfittare di lei.
«Non ti preoccupare. I briganti imperiali non ti toccheranno più ed io non prendo le bambine con la forza» la stupì lui.
Isabella si rilassò e si sdraiò per dormire in un giaciglio lontano dall’uomo. Le memorie della vita con Tommasina la sommersero. Con lei aveva esplorato i boschi vicino al castello, creato arazzi e tessuti per la famiglia.
Sarò sola da oggi in avanti, pensò angosciata.
Poco prima del sorgere del sole, l’arciere la svegliò. «Vado a pescare, seguimi, ritorneremo tra un paio d’ore» le comunicò.
Lei non osò opporsi. Il torrente non era lontano e in pochi istanti lo raggiunsero. L’uomo si tolse la tunica e le calze di tessuto pesante, rimanendo in brache. Era un uomo giovane e ben fatto, nonostante il terrore che volesse prenderla con la forza lo trovò attraente. Lui entrò in acqua e s’apprestò a intrappolare le trote. Notò diverse cicatrici deturpargli il torace e si domandò quale fosse la sua storia.
«Perché ti sei unito ai fuoriusciti?» non poté far a meno di chiedergli.
«Facevo parte dell’esercito di Cangrande e ho ucciso un nobile cavaliere» confessò lui.
Quindi ha combattuto contro Padova come mio fratello, congetturò lei.
«Robert ha rubato dell’oro al suo signore e i due armigeri sono disertori imperiali» le confidò lui infine.
Filippo con le mani riuscì a lanciare un pesce sulla riva. Dopo poco tempo altri tre seguirono il primo. «Prendili e legali con il filo» le ordinò uscendo dal torrente.
Lui s’infilò le calze, indossò la tunica e insieme s’incamminarono verso il centro delle case. Il sole era appena spuntato quando lei s'apprestò a pulire i pesci e li mise sul fuoco per la colazione, innaffiandoli con erbe raccolte sulla via.
«Cucini molto bene per essere una nobile così giovane» conversò lui osservandola.
«Ho quindici anni!» esclamò lei leggermente stupita che lui non avesse indovinato la sua età.
Filippo le lanciò uno sguardo di traverso, Isabella sapeva d’apparire più giovane dei suoi anni: mora come la madre e snella come un giunco.
Crescerò anch’io, tra qualche anno somiglierò a Lucia, rimuginò contrariata ricordando l’aspetto della sorella maggiore.
L’uomo non commentò e s’allontanò alla ricerca dei suoi compari. Quando il tutto fu cotto chiamò il gruppo per mangiare.
«Noi abbiamo pensato alle quaglie, cinghiali e cavallo» affermò Lucilla per tutte ingozzandosi di pesce.
«Isabella penserà alle capre e al formaggio dopo che ci saremo allontanati» stabilì Filippo.
Quando gli uomini lasciarono il villaggio per la caccia e le scorribande lei pensò agli animali e al latte. Preparò altro formaggio da stagionare e una volta pronto lo portò nel magazzino dove giaceva l’altro. Tagliuzzò l’aglio selvatico e l’erba cipollina aggiungendoli alla forma del giorno precedente, poi si diede alla preparazione del pane. Ovviamente i cereali selvatici non erano buoni come quelli coltivati dai contadini ma potevano andare.
Ringrazio mia madre per avermi permesso di osservare i cuochi durante i loro lavori, altrimenti non saprei nulla.
«Cosa state facendo?» l’aggredì Lucilla.
«Trebbio i cereali per il pane. Certo verrà scuro e di sapore un po’ strano ma credo che agli uomini potrebbe piacere lo stesso» replicò.
La donna la squadrò interdetta e dopo alcuni istanti fu raggiunta dalle amiche di sventura.
«Dove hai preso le granaglie?» indagò Lucilla più calma.
«Nei campi vicino al torrente. Se mi aiuterete a mietere potremmo cuocere più pane» le tentò lei indicando la farina.
«Non mangio pane da molti mesi» sbavò una delle altre donne con un forte accento del nord.
Isabella si domandò come mai non conoscessero la natura.
Forse vengono dalla città, pensò lei. Le portò dove aveva preso le prime spighe e insegnò loro cosa raccogliere.
«Toglietemi una curiosità, da quanto tempo siete isolate in questo bosco?» chiese lei a Lucilla.
«Da quasi quattro mesi, il prossimo sarà il nostro primo inverno con i briganti» rispose lei continuando a lavorare. «Abbiamo incontrato Robert, Ugo e Sebastian in primavera e Filippo poche settimane fa» specificò.
«Ho notato che non conoscete le erbe» Isabella la buttò lì cercando di spillare altre informazioni alla donna.
«Anche Rosa e Maria erano meretrici imperiali» raccontò lei.
Questo spiega molte cose, pensò lei.
Dopo un po' tornarono al campo, trebbiarono e macinarono i grani ed infine aggiunsero l’acqua.
Verso il mezzogiorno gli uomini rientrarono e lei presentò sia le piccole forme di pane sia il formaggio di capra. Infine con le altre pulì la lepre e le due anatre catturate.
«Ottimo pasto» le lodò Robert.
«Anche il pane non era male» asserì Filippo.
«Strano gusto, però» commentò uno degli altri armigeri.
«Le granaglie sono selvatiche» specificò lei. «Se il pane vi piace, potrei provare a raccoglierle per quest’inverno» propose Isabella.
Se dimostro di essere indispensabile non mi uccideranno. Voglio rimanere in vita e in fondo non mi è andata male fino a questo momento. Anzi, ho evitato di sposare un grasso nobile castellano desideroso di ricchezze e di trascorrere la mia vita sempre incinta, meditò lei.
Le altre donne non fecero in tempo a replicare e sparirono nelle rispettive case con i compagni. Non le invidio per niente, pensò.
«Va'» acconsentì Robert.
Isabella s’avviò per il sentiero che portava al torrente. Filippo non era con lei, così si dedicò alla raccolta delle spighe e di altre erbe selvatiche. Quando alzò lo sguardo era già meriggio inoltrato, aveva lavorato sotto il sole per diverse ore e ora era sudata e sporca.
Farò un bagno, è settembre ed è trascorso molto tempo dall’ultima volta, soppesò lei.
Si guardò intorno con circospezione, per fortuna i briganti non erano in vista. Si spogliò ed entrò nel torrente. Un prodotto fantastico chiamato sapone era stato inventato in Medio Oriente, ma lei non lo possedeva perciò utilizzò la saponaria. Si stava risciacquando quando vide sulla riva Filippo.
«Esci, il sole è quasi calato» l’apostrofò seccato.
«Va bene, girati» lo pregò contrariata.
«Neanche per sogno, voglio vedere che bell'animaletto ho catturato» la schernì.
Isabella fu costretta ad alzarsi e si mostrò in tutta la sua grazia arrossendo fino al midollo: il corpo acerbo e sodo con il seno appena spuntato e i lunghi capelli neri. Filippo non proferì parola e la lasciò vestire, poi insieme ritornarono al villaggio. Le donne stavano preparando la cena con i pezzi di lepre e i tuberi, così Isabella nel frattempo si dedicò alla spigolatura, infine aggiunse alla minestra delle spezie selvatiche per dare sapore.

I mesi passarono e l’inverno giunse in tutta la sua crudeltà. Tutto il gruppetto trascorse molte ore ad affumicare la carne di cinghiale; inoltre lei e le altre donne raccolsero più cereali selvatici possibili lasciando gli scarti per i cavalli e le capre.
Era stanca quella sera e aveva freddo, la neve e il ghiaccio avevano coperto il suolo raggelando gli uomini e le donne.
«Non riesco a dormire, i denti mi battono troppo forte, posso avvicinarmi a te?» chiese alla fine a Filippo.
L’uomo le fece spazio sotto la coperta di pelliccia e Isabella si raggomitolò di schiena contro il suo corpo. In quei pochi mesi era molto cresciuta. Sentì la sua mano sfiorarla e si girò verso di lui. Non aveva più paura di quello che poteva farle. Era pronta. Filippo le alzò il mento con una mano e avvicinò le labbra alle sue. La baciò e lei ricambiò. Lo voleva e fece scivolare una mano sotto la sua tunica, accarezzandogli il torace. Lui gemette e le morsicò con dolcezza il labbro inferiore mentre una mano le sollevava la gonna del vestito. Lo sentì accarezzarle le cosce, per istinto allargò le gambe e lo sentì sospirare mentre la baciava. Lo esplorò anche lei, non aveva mai toccato un uomo prima d'ora ma la natura la guidava. Trafficò con le calze e le slacciò. Quando entrò in lei sentì dolore ma non lo fermò.
«Mio Dio, grazie» lo sentì mormorare alla fine.
Nel mezzo della notte fu all'improvviso svegliata dai movimenti di Filippo.
«Cosa c’è?» domandò lei.
«I lupi» replicò lui rivestendosi in fretta, afferrando l’arco e correndo fuori.
Isabella rabbrividì, non aveva armi per difendersi ma desiderava salvare i cavalli e le capre.
Senza di loro moriremo di fame, si angosciò.
All’esterno c’erano anche i berrovieri imperiali, le meretrici e Lucilla con mezzi di difesa occasionali. Isabella notò il luccichio di vari occhi animaleschi sbirciarli dal margine del bosco. Il fuoco da campo si era consumato durante la notte, lei s’avvicinò alle braci per ravvivarle. In quel mentre un grosso lupo l’aggredì. Il panico la sopraffece ma riuscì ugualmente ad afferrare un legno che ancora bruciava e con quello respinse l’animale. Urlò con quanto fiato aveva in gola e Filippo la soccorse con un dardo. Le due meretrici più giovani, invece, non furono così fortunate e neppure i due armigeri imperiali. Quando i lupi si ritirarono lei, Filippo, Lucilla e Robert si accorsero che erano stati uccisi.
Lei e Lucilla piansero per le donne, nei mesi aveva imparato ad amarle: non erano persone cattive e crudeli. La luna era al primo quarto e illuminava poco il bosco circostante. Mancavano molte ore all’alba
«Moriremo di freddo qui fuori» la toccò Filippo. «Non possiamo fare più nulla per loro. Rientriamo» le comunicò depresso.
Entrarono nella casetta e lei gli si accoccolò ancora vicino in cerca di conforto e calore, singhiozzando piano. Filippo le accarezzò con dolcezza i capelli scuri per calmarla e Isabella si sentì sciogliere.
«Non ti preoccupate, ce la caveremo. Lo facciamo sempre» sussurrò lui.
Isabella lo abbracciò riconoscente e Filippo la baciò ancora.
In mattinata si svegliarono, scavarono quattro buche nel terreno gelato e vi deposero i corpi dei morti.
«Ora siamo rimasti in quattro, proporrei in primavera di dividerci la dote di Isabella e separarci. Ognuno per la sua strada» suggerì Filippo sulle loro tombe.
Robert non poteva ritornare nel Sacro Romano Impero e Filippo doveva abbandonare la signoria dei della Scala.
«Son stanco anch'io di questa vita. Noi potremmo andare verso Mantova, nessuno ci conosce laggiù» disse Robert stringendo Lucilla che annuì.
«Noi verso Milano» dichiarò Filippo guardandola.
Isabella gli sorrise approvando, felice di poter iniziare una nuova vita con un nuovo amore.

1Cavallo da dama
2Fuoriusciti mercenari, spesso disertori.
3Si trattava di una sorta d'indumento intimo chiuso da cinghie che era collegato alle calze di tessuto pesante.   



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Quindi... il nome è noto perché Giovanna è stata intervistata qualche tempo fa: Intervista
Inoltre ha pubblicato La Stratega Anno Domini 1164 anch'esso recensito: La Stratega
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