Racconti: Caccia Grossa - Claudio De Agostini

Ecco qua il quarto ed ultimo racconto:


Caccia Grossa
Claudio De Agostini




Poche nuvole solcavano il cielo opaco. La luna, nascosta dietro esse, ne impreziosiva i contorni con riflessi d’argento. La foresta era buia, ma per nulla silenziosa. Tra il groviglio di alberi echeggiava il richiamo delle civette e il fruscio dei tassi nel sottobosco. Un altro insolito rumore violava la tranquillità di quella notte, e faceva più o meno così:
“Robert, puoi ripetermi un’altra volta perché ci troviamo qui?”
“Te l’ho già detto Sam! Voglio uccidere la bestia, almeno William smetterà di darmi del codardo.”
“Stiamo parlando di William Hoffer? Quello che ieri mattina stava litigando con una gallina perché diceva che l’aveva guardato storto?”
“Proprio lui.”
Sam alzò gli occhi al cielo. “Ti sfugge il punto…”
“Il punto è che io stanotte ucciderò quell’orso e domani porterò la sua pelle al villaggio.”
“Robert, non sai nemmeno se è un orso! Si sa solo che uccide il bestiame dei pascoli durante la notte!”
“Che altro potrebbe essere? Una volpe non lascia impronte grandi un piede.”
Sam rinunciò ad insistere.
“Almeno dimmi che tutto questo non è per far colpo su sua sorella Bethany.”
Era buio e i colori dell’ambiente erano semplici sfumature di grigio; in quel contesto il rossore sul volto di Robert divenne ancora più evidente.
“Non sono affari tuoi.”
“Apparentemente lo sono, dato che mi hai trascinato qui con te!”
“La vuoi piantare?! Se fai tutto questo chiasso ci sentirà arrivare e sarà tutto inutile.”
Per quanto discutibile, era la prima cosa sensata detta da Robert e Sam si accontentò di quel piccolo traguardo nel campo della logica.
Avanzarono in silenzio procedendo a tentoni. Sam inciampava continuamente e nella sua testa stava recitando una litania di maledizioni. Robert era concentratissimo e stringeva in pugno la balestra che aveva preso in prestito da suo padre; l’eventualità che il padre lo scoprisse prima dell’alba era tanto rischiosa quanta la caccia stessa. Finalmente giunsero al punto in cui pochi giorni prima era stata trovata l’ultima carcassa e un odore nauseabondo di carne marcescente confermò il loro senso dell’orientamento. In una piccola radura poche ossa tenevano insieme ciò che era rimasto della povera pecora.
“D’accordo” fece Robert “Piazziamo le trappole.”
Sam si tolse di spalla il grosso sacco di tela e ne estrasse delle tagliole. “Hai una vaga idea di come funzionino?”
“Che ci vuole? Le metti in terra, così... apri le braccia, in questo modo… e… hem…”
“E le tieni aperte finché la bestia gentilmente non mette una zampa in mezzo.”
“No, guarda, c’è un fermo. Io la tengo aperta, tu fissalo.”
“Ma ti pare che metto una mano in mezzo alla tagliola?!”
“La sto tenendo, non può succedere null...”
Robert si voltò per rispondere all’amico e le due braccia della tagliola gli sfuggirono dalle mani chiudendosi in un sordo CLANG.
Entrambi i ragazzi contarono le loro articolazioni per essere sicuri che la quantità non fosse cambiata, poi finalmente trassero un sospiro di sollievo.
Con molta attenzione riuscirono a piazzare le trappole coprendo parte di quell’area. Caricare la balestra fu un’altra sfida impegnativa che richiese lo sforzo congiunto di quattro braccia, due cervelli e costò la vita ad un’inerme quercia, trafitta da un dardo partito accidentalmente.
Finalmente conclusero i preparativi per l’agguato e si appostarono dietro un cespuglio in attesa. Passarono le prime due ore, ma l’unico evento degno di nota fu un ghiro che li sbeffeggiò procedendo a zig zag tra le tagliole.
“Forse avremmo dovuto coprirle” ipotizzò astutamente Sam.
Robert valutò l’idea, ma non riuscì a trovare un modo per mettere piede là dentro senza rischiare di lasciarcelo; l’oscurità impediva di vedere chiaramente e nessuno dei due ricordava con precisione dove avevano posizionato le trappole.
“Andrà bene” rassicurò Robert.
Questa volta Sam non trovò niente da ridire.
Trascorse un’altra ora. Il movimento delle nuvole ogni tanto liberava la luna dalla sua prigionia e cascate di luce lattiginosa filtravano dalle foglie. La tensione impediva ai due giovani di annoiarsi e nessuno dei due si accorse del trascorrere del tempo. Finalmente la loro attesa venne ripagata. Qualcosa di grosso mosse la vegetazione poco distante e una figura scura si fece strada nello spiazzo. Non era un orso. Era più piccola, ma era comunque di dimensioni superiori a un essere umano. Avanzava con cautela annusando il terreno.
“Robert, non è un orso!” sussurrò allarmato Sam.
“Ssssth!” sibilò l’amico.
La creatura alzò la testa e mosse le orecchie. Fece un’altro passo e urtò una delle trappole che scattò, senza tuttavia catturare nulla. L’animale fece un balzo indietro e Robert saltò fuori premendo il grilletto. L’arma scattò e la potenza del rinculo deviò la traiettoria. Il dardo si dissociò da quella scena pietosa andando a cercare maggiore fortuna nel cielo notturno.
“L’hai mancato!” riferì inutilmente Sam.
Robert si accorse che nel suo piano non aveva preso in considerazione quell’eventualità. Guardò in direzione dell’animale che ora ringhiava e avanzava verso di loro a testa bassa come un gatto in caccia. La situazione si era capovolta.
“Che facciamo?!” urlò Sam; la gestione del panico non era il suo forte.
“Aiutami a ricaricare la balestra!” Detto questo puntò l’arma a terra con i piedi e cercò di rimettere in tensione la corda con lo sforzo di entrambe le braccia.
Sam annuì prontamente, ma l’istinto di sopravvivenza ebbe la meglio. L’ordine dell’amico venne sovrascritto da quello del suo cervello che intimava: fuggi agitando le braccia al cielo e urlando.
Rimasto solo, Robert prese il dardo e fece per incoccarlo, ma non avendo fissato la corda questa partì e gli diede una gran frustata sui piedi. Il giovane cadde a terra con le lacrime agli occhi. La creatura era ormai a pochi passi di distanza e poteva vederla chiaramente.
Una tigre! Una tigre nel Derbyshire!
L’animale raccolse il suo peso con gli occhi spalancati, pronta a balzargli addosso, ma un fischio acuto la dissuase dal suo intento. Abbandonò l’attacco e tornò sui suoi passi.
Robert la seguì con lo sguardo e vide che raggiunse un uomo ai bordi della radura. Indossava le insegne di guardiacaccia del re e impugnava un arco puntato sul giovane.

“Figliolo” esordì l’uomo “Non sò chi tu sia, ma ti sei appena ficcato in una valanga di guai.”



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