Teutovirus - Mario Pacchiarotti

Continuiamo il nostro tour, tornando al low sci-fi: questa volta abbiamo anche un pizzico di utopia, perché il protagonista di questo racconto promette incredibili soluzioni a una realtà, politica e sociale, che è già quella odierna. Sto parlando di un... virus.


Teutovirus, per la precisione: l'invenzione di Mark Dietrich, genio incompreso ma anche un inguaribile razzista. La sua missione è rendere "teutoniche" le razze (a suo dire) inferiori, come i popoli mediterranei: credendo di impiantarlo a un turco, il virus finisce invece nel sangue di un calabrese e, da lì, si espande in tutta Italia e in Grecia. Le conseguenze di questa "germanizzazione" sono tutt'altro che piacevoli per la stessa Germania, ma il virus non si ferma solo in Europa...



Se tutto fosse andato come previsto i soggetti infetti non
solo avrebbero modificato i loro comportamenti, ma
riproducendosi avrebbero trasmesso la nuova serie di geni
anche alle generazioni future. Era in procinto di salvare il popolo
turco residente in Germania. Sarebbe riuscito dove i piani
di integrazione e le campagne formative avevano fallito,
avrebbe inculcato gli ideali teutonici negli immigrati turchi
tramite la genetica. In quel momento ebbe un’ispirazione.
Guardò la fialetta e sorrise: lo avrebbe chiamato Teutovirus.

Quasi come un monito, chiunque si ritrovi a maneggiare questo prodotto di laboratorio non può più seguirne lo sviluppo e scoprire il tremendo errore di presunzione in cui è caduto.
Questo racconto si basa su stereotipi piuttosto popolari, qui assunti come corrispondenti alla realtà. Ecco così che la genetica diventa la soluzione ideale per supplire alla mancanza di disciplina di interi popoli, con risultati strabilianti ma paradossali. Proprio dalla conclusione risalta la debolezza di cliché così diffusi, che generano soltanto violenza (o danni, come in questa storia). La pretesa non è quella di "fare la morale", bensì lasciare che il lettore possa riflettere e scegliere se indentificarsi in Mark, e assumere che l'umanità sia davvero divisa in razze, oppure se cogliere l'ironia delle situazioni e tranquillizzarsi.

L’infezione cominciò quindi a propagarsi, e il focolaio iniziale
fu un piccolo paesino della Calabria, Girifalco, un tempo noto
per il suo manicomio e ora ameno luogo di villeggiatura.[...]
Lo sviluppo dell’infezione fu quindi rapido e piuttosto imprevedibile. 
    Antonio, del tutto ignaro di quanto stesse accadendo, passò i restanti
giorni della sua vacanza in buona compagnia [...].

N.B. Antonio è il calabrese che Mark ha scambiato per un turco!
Vi starete chiedendo come mai è spuntato un secondo estratto. Be', perché c'è un pezzo di frase emblematico: del tutto ignaro di quanto stesse accandendo, vale a dire che Antonio non ha il minimo sospetto di essere stato infettato da un crucco un po' troppo su di giri. Emblematico di cosa? Di uno stile che non mi ha fatto godere la storia, il cosiddetto "raccontato".
Capiamo già da subito che il narratore è onniscente, pur prediligendo Mark, ma quando se ne distacca per seguire il virus ci si ritrova sballottati in salti geografici su tutto lo stivale, schiaffati in mezzo a luoghi e persone che non c'entrano niente gli uni con gli altri, e l'unica sensazione è quella di essere trascinati per i piedi verso la fine, che risulta così prevedibile.

Quando critico lo stile, ci tengo a ribadirlo, lo faccio perché penalizza lo svolgimento: raccontare cose che avrebbero potuto essere mostrate facilmente, come in questo caso (e magari senza il narratore a bisbigliare nell'orecchio), fa subito sentire il lettore coinvolto, anziché tenerlo a debita distanza mentre le parole gli scorrono davanti agli occhi.

Il giudizio non è né negativo né positivo, ma leggetelo solo se non vi ponete simili patemi d'animo e, soprattutto, se non avete un orgoglio italico forte quanto l'antipatia per i tedeschi.


Ink Maiden

Commenti

  1. Ciao! Grazie per la recensione, ricevere un'opinione onesta è l'unico modo per capire se quanto si è fatto ha raggiunto lo scopo che ci si era prefissi.

    Incasso la critica sul narratore onnisciente, magari riservandomi prima o poi di fare un articolo sul mio pensiero a riguardo, non tanto in questo racconto in particolare, ma più in generale, perché è un tema su cui ho una mia opinione, piuttosto diversa da quella comunemente accettata di questi tempi.

    Mi dispiace invece, ed è evidentemente colpa mia, che non sia chiaro il messaggio. La genetica non può risolvere i problemi che imputiamo alle "razze", pensarlo è, questo sì, razzismo, anche del tipo più stupido.

    Scrivere un racconto in cui questo diventa vero era il mio modo per ironizzare su questo modo di vedere le cose, proprio fingendo che funzioni e ridendo delle buffe e irreali conseguenze di questa trovata. Non sono certo i geni a determinare i nostri comportamenti, ma la condizione sociale, l'educazione, le risorse a disposizione, l'ambiente in cui si vive. Qualcuno pensa invece che sia un fattore razziale, ma se lo fosse, saremmo nel mondo di Teutovirus, dove con una spruzzata di virus la gente cambia atteggiamento. Un'ipotesi tanto ridicola da generare facilmente situazioni paradossali.

    Ma prendo atto che non sono riuscito a far arrivare al lettore la mia posizione. Scrivere d'altra parte è una strada fatta di tentativi.

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    Risposte
    1. Ciao Mario!
      Sono Aratak e, come puoi vedere, non sono io che ho recensito il racconto.
      Volevo solo dire due cose: innanzitutto riguardo al tuo articolo sul narratore onnisciente, hai già un posto dove pubblicarlo? In ogni caso riporta pure qui il link all'articolo che leggiamo volentieri il tuo punto di vista!
      Non avendo letto il racconto non posso giudicare ma, in effetti, quello che volevi dire è tanto e interessante, vedrò di leggerlo prima o poi anch'io così da capirne di più!

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    2. Ciao! Eccomi qui a rispondere. Hai ragione, scrivere è una brutta bestia, perché anch'io mi sono espressa male. Quel che volevo dire nella recensione non è che tu hai usato quegli stereotipi perché ci credi e ogni domenica vai a gridare RUSPAAAAAAAAA. Volevo far intendere che tali cliché sono realmente popolari, ma nostro malgrado: in questo racconto, tu li hai assunti come veri e li hai sviluppati, portandoli a una conclusione che li ribalta del tutto. E il ribaltamento è possibile proprio perché le premesse sono false, ovvero non tutti i popoli mediterranei sono dei kebabbari fannulloni, i tedeschi non sono tutti nazisti e non è il nostro dna a renderci quel che siamo. Era questo che volevo trasmettere, e infatti è l'aspetto che ho apprezzato di più.

      Sul narratore, poi, sono una gradissima scassascatole, nonostante abbia avuto molte discussioni (costruttive) con chi la pensa come te. Ho deciso di farlo notare, qui, perché l'ho trovata una scelta penalizzante per la storia, non perché mi faccia "schifo" a prescindere.

      Ti ringrazio delle tue osservazioni e, ovviamente, per averla letta. La modificherò, così da evitare fraintedimenti. Alla prossima!

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  2. Dai del narratore ne parliamo appena mi viene voglia di scrivere al riguardo perché la cosa è piuttosto complessa e nel parlarne vorrei evitare di trasmettere un'impressione sbagliata.

    In questo caso è stata una mia scelta precisa, così come quella di "sballottare" il lettore tra un episodio e l'altro (se ci pensi le due cose sono legate). Questo modo di trascinare il lettore lo ritroverai in parte anche nel primo romanzo che ho scritto. Forse dovrei dirlo in prefazione: venitemi dietro, lasciatevi guidare, fidatevi di me, da qualche parte vi porterò. O magari no, forse vi lascerò là in mezzo, pieni di domande.

    Ma, come dicevo, ci sta che non piaccia questo stile e hai fatto bene a dirlo. A questo punto per me le recensioni sono un incoraggiamento, quando esprimono gradimento, ma anche un utile occasione di ripensamento, quando esprimono una critica. Sono benvenute in entrambi i casi, se scrivi sai bene quando si abbia bisogno, dopo tanto lavoro, di capire che succede a chi ci legge.

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    Risposte
    1. L'unica occasione in cui potresti dare un'impressione sbagliata sarebbe arrogarti il diritto di decidere a priori quale sia il narratore migliore, ma direi che non sono queste le tue intezioni... quindi appena vorrai sarò felice di leggere il tuo pensiero in merito.

      In un racconto certe scelte pesano più che in un romanzo, nel bene e nel male. Forse un'introduzione farebbe comodo a quelli col mio stesso pallino, e risulterebbe simpatica per chi invece non si pone tali problemi :)

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