Il sogno - Dora Marmorosa - Racconto

Buon pomeriggio! Oggi è con noi Dora Marmorosa con un suo racconto dalle molteplici sfaccettature e dalle numerose interpretazioni... Voi quale gli avete dato? 
Spero vi piaccia! =)

Il sogno

di Dora Marmorosa

Così finalmente ti addormenti. E quando ti svegli fai parte di un mondo nuovo. Un mondo che non credevi potesse esistere. Non nella lunga veglia precedente a quel sonno tanto atteso, così desiderato. In questo mondo tutto è diverso. I colori sono la prima cosa che noti. Ti stropicci gli occhi un’infinità di volte, ti riempi di pizzicotti sul braccio e alla fine ti tiri persino qualche ceffone. Niente, il cielo continua ad essere di un bel giallo acceso, riscaldato dalla luce di un enorme sole lilla. Ed è solo l’inizio. Guardando attentamente, mentre tenti di svegliarti, ti rendi conto che di soli ce ne sono altri tre, più piccoli e leggermente più scuri del primo.

Scendi dal letto… letto? È strano come le parole diventino piccole e prive di significato, quando è tutto il mondo a ribaltarsi. E quindi “letto” è la prima parola che ti viene in mente, nel momento in cui devi definire l’oggetto su cui sei steso a dormire. Forse anche qui lo chiamano letto. Nella realtà - o nel sogno? Non sai più bene dove ti trovi - è qualcosa che somiglia di più ad una nuvola, soffice e sospeso a mezz’aria. Niente a che vedere con quel freddo rettangolo d’alluminio su cui, ti sembra di ricordare, ti sei addormentato.
Comunque: scendi dal letto ed esci.

Ti trovi in una grande città. Le case sono altissime e sembra siano costruite con delle foglie. Foglie di tutti i tipi, più o meno larghe, più o meno lunghe, di ogni colore immaginabile e anche di qualche colore che non sapresti proprio definire. L’aspetto è proprio quello, con le venature che ti aspetteresti da una foglia; anche al tatto: alcune lisce, alcune ricoperte da una leggera peluria, altre urticanti. Molte sono marce; è difficile capire come possano star su dei palazzi di foglie, marce per di più, ma non sembra affatto essere un problema. D’altronde hai la sensazione di averne di più grandi di problemi, anche se ora non ricordi più bene, e ci dedichi solo un istante di perplessità. Così come solo un istante perdi nel tentativo di capire come mai quell’odore normalmente così nauseante, così permeante, non sia per nulla fastidioso seppur ben riconoscibile.
Tutto è illuminato anche se la città è deserta. Cammini per queste strade, che non sono d’asfalto o di terra battuta: sono d’acqua. Raccogli le mani a coppa e ne sollevi un po’, l’assaggi persino e non ci sono dubbi: è proprio acqua. Verde acido. Per qualche motivo, per qualche legge fisica di questo mondo nuovo, puoi camminarci senza nessuna difficoltà. Come fossi su una strada, appunto.

Ti fermi, in un punto che sembra essere al limitare della città: i palazzi di foglie si fanno sempre più radi e l’orizzonte si apre su campi di erba blu elettrico e alberi grigio piombo. Respiri profondamente. Da quanto non ti sentivi così libero? C’è profumo, ti mette quasi l’acquolina in bocca, ma ci metti un po’ ad identificare l’odore: lamponi. L’aria profuma di lamponi anche se non c’è traccia di nulla che somigli ad un lampone. Sovrappensiero ti poggi ad un albero e quasi salti per lo stupore: il tronco è d’asfalto, rami e foglie sembrano di metallo, i frutti di vetro. All’interno intravedi un nocciolo più opaco, color bronzo, racchiuso da una spirale di cristallo argenteo.

Sorridi e ti domandi per quale motivo dovresti svegliarti. Questo mondo non sembra affatto peggio di quello in cui ti sei addormentato. Ora ricordi meglio, e riesci ad immaginare poche situazioni peggiori di quella in cui ti trovavi, di là. Molti sono pronti a giurare che non meriti di meglio, eppure… eccoti qua. Scuoti la testa, a scacciare l’ombra di malumore che ti ha assalito a ripensare a quell’altro mondo, a quello che hai fatto e a quello che ti aspetta. Ti sollevi sulla punta dei piedi e allunghi il braccio finché non riesci ad afferrare uno di quegli strani frutti. Quasi non devi fare forza per ritrovartelo nel palmo della mano. Nonostante l’aspetto emana un leggero calore e annusandolo ti ritrovi catapultato nella tua cucina di bimbo, quando la zia stava per sfornare una delle sue meravigliose crostate. Per un attimo ti domandi se sia pericoloso, ma senti che in questo mondo è una domanda priva di senso. Forse è il posto perfetto per te, forse qua nessuno può farsi male. Afferri coi denti il lembo inferiore della spirale e ancora una volta questo mondo nuovo ti sorprende. È morbido e succoso e non ci sono aggettivi per descrivere il gusto, né dolce né salato. Lo mangi come si fa con una rotella di liquirizia, finché non resta soltanto il nocciolo. E’ gelido, ma nemmeno ti chiedi come sia possibile. Provi a sfiorarlo con la punta della lingua: gelato. Se dovessi azzardare un gusto diresti che è alla rosa. Non hai mai mangiato gelato alla rosa, non credevi neppure esistesse, eppure il nocciolo di questo frutto a spirale è una sfera dall’aspetto di vetro opaco che sa di gelato alla rosa.

In quell’altro mondo sono mesi che fatichi a dormire. Passi le ore girandoti e rigirandoti in uno scomodo ed angusto giaciglio, costretto tra i demoni del passato e del futuro. Per questo adesso non sai bene cosa stia succedendo. Non sai se sei sveglio, se stai sognando, se sei in dormiveglia… forse stai morendo. Però se questo non è reale… beh, non importa. Non vuoi svegliarti. Anche l’aria sembra più leggera. Forse il giallo è più leggero dell’azzurro a cui sei abituato. È strano, ma a pensarci non riesci più ad immaginare il cielo azzurro. Inizi ad avere la sensazione che questo sia il mondo reale, di essere stato intrappolato in un incubo negli ultimi mesi, forse anni. In quel mondo i colori erano meno brillanti. Non solo… erano meno, e basta. Poche sfumature, troppo poche per poterne godere. E gli odori? Deboli, coperti dallo smog, misconosciuti da narici abituate a storcersi di fronte alle puzze più che ad aprirsi ai profumi. Per questo hai dovuto fare quel che hai fatto: per poter scoprire colori e odori e sensazioni nuove. In quel mondo non ci sono parole che possano descrivere le sensazioni che hai provato nel passare i polpastrelli sulle foglie-pareti, o nell’assaggiare questo frutto. Oziosamente ti rendi conto che ancora non hai visto nessun essere vivente: non altre persone né animali; ma non ti senti solo o spaventato o spaventoso. Questo mondo è reale, ma è contemporaneamente anche il mondo dei tuoi sogni; e senti di poter avere ciò che vuoi. Ciò che vuoi davvero, non ciò che eri obbligato a desiderare in quell’altro mondo. Quei desideri che ti toglievano il sonno e ti strisciavano addosso nell’oscurità come demoni malevoli. Quello è il mondo dei doveri: questo, invece, quello della libertà.

Colto da un’improvvisa ispirazione allarghi le braccia, guardi il cielo e respiri profondamente. Pian piano cominci a sollevarti; non stai volando, non muovi le braccia né le gambe: ti stai semplicemente alzando sempre di più, senza fretta. Ti accorgi di poter anche accelerare, se vuoi, ma è molto più piacevole salire lentamente. Guardando in basso vedi colori nuovi; fiumi-strade, che diventano linee sempre più sottili man mano che ti allontani, danno vita a geometrie evidentemente sbagliate, assurde. Eppure non c’è niente di sbagliato, lo sai bene. Sali ancora e i profumi si smorzano, mentre l’aria diventa sempre più consistente; fino a che ti ritrovi a passarci attraverso come fosse ovatta colorata. Pensi che dovrebbe essere più difficile respirare; ma non è così. O forse respirare è soltanto qualcosa che fai per abitudine ma di qua non serve farlo. Muovi un passo e scopri che, come sull’acqua, puoi camminare anche per aria. Passeggiare nel cielo terso, fermarsi ogni tanto a riposare stesi su una nuvola color cobalto: non è la realtà più bella che si possa sognare?

Ti ritrovi a giocare come un bambino, provando un’infinità di combinazioni diverse di movimento nei diversi elementi: nuoti in cielo, salti sott’acqua, cammini a pochi centimetri dal suolo, eviti gli ostacoli di lato o in alto o in basso, indifferentemente. Scopri che nulla è davvero solido: tutto ti sostiene o si lascia attraversare solo in base alla tua volontà, prima ancora che tu ti renda conto di volere una cosa piuttosto che l’altra.
Il tempo passa, senza niente che ne limiti lo scorrere nelle lancette di un qualche quadrante, e chissà quanti chilometri hai fatto senza la minima stanchezza: e ti rendi conto che l’unica cosa che ora ti spaventa, e che lascia una piccola punta d’amaro in questo sogno, è la paura di addormentarti, e svegliarti scoprendo che non è questa la realtà. No, non paura: il terrore di ritrovarti su quel letto di ghiaccio, con quegli sguardi malevoli addosso.

Cerchi di nuovo di scacciare la negatività osservando il cielo giallo in cui sei sospeso, ma d’improvviso il colore si fà acido, cattivo. L’aria così densa inizia a soffocarti e tossendo cerchi di scendere per trovare rifugio al suolo. A quanto pare però non sei più in grado di librarti in cielo come e quanto vuoi. Ti ritrovi il fiato mozzato dal gelo e dalla sorpresa quando finisci sott’acqua, proprio dove poco prima stavi camminando tranquillo. Annaspando ti aggrappi al tronco di un albero vicino per riprendere davvero fiato: ti ferisce la mano come fosse di carta abrasiva. Riesci a strisciare fuori dall’acqua ma non riconosci nulla di quel che ti vedi attorno: gli alberi non sono più scintillanti, ma cupi e minacciosi; hai l’impressione che si stiano stringendo sempre più attorno a te. Ti pare che i rami si allunghino, enormi artigli, pronti a farti del male. Nei tronchi, nelle foglie, nelle nuvole, nell’acqua… ovunque compaiono facce urlanti. Una cacofonia insopportabile, come insopportabile è riconoscere ognuno di quei visi, ricordare cosa hai fatto a ciascuno di essi. Stringi gli occhi come avessi il potere di far sparire tutto, schiacci il palmo delle mani contro le orecchie per non sentire nulla e lasci uscire il tuo grido di disperazione e dannazione.

Per un istante ti ritrovi con gli occhi spalancati nell’altro mondo. Un gemito, nel riconoscere l’abbagliante luce artificiale sopra la panca su cui ti hanno steso; senti le manette che stringono i polsi e l’ago ancora ben fissato nella vena del braccio.
“Finalmente: ora sta soffrendo!”. Una voce tagliente, annuisce nel vedere il tuo viso che infine si compone in una maschera di orrore.

E di nuovo sei nel mondo nuovo, nel sogno diventato incubo, dove le facce prendono forma sempre più distinta e acquistano corpi e mani e voci sempre più forti: e non sai più cosa voglia dire sognare.

Dora Marmorosa


Ringrazio ancora tantissimo Dora per aver voluto condividere con noi sul blog il suo racconto! 
Alla prossima! 

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