L'ultimo drago - Giulia Grassi - Racconto

Buongiorno a tutti!
Oggi è venerdì, giornata dedicata ai vostri racconti, oggi è con noi Giulia Grassi e il suo racconto:


L'ultimo drago

di Giulia Grassi


Introduzione dell'autrice prima di farci entrare nel suo magico mondo.

Scrissi questo racconto all’inizio di quest’anno, così, per diletto. In quel momento ero in fissa con i draghi più del solito, forse a causa di Dragon Age – non so -, fatto sta che sentii il bisogno di descrivere un drago e, possibilmente, un templare arrogante (sì, la colpa fu decisamente di Dragon Age :D). Purtroppo per me, non mi fermai alla semplice descrizione e continuai fino a dare vita ad una breve storia. Fu così che nacque questo racconto fantasy, dai toni decisamente dark.
Trama: Iaris Vallen è un giovane templare, uno dei migliori usciti dal Circolo negli ultimi vent’anni e forse il più promettente in tutto il regno di Ossian. Un giorno viene mandato dai suoi superiori in uno sperduto villaggio nel lontano nord del Paese, con l’ordine di indagare su una serie di sparizioni misteriose. Una volta giunto qui, scoprirà che il responsabile è una creatura creduta scomparsa da secoli. 


Mi guardai intorno perplesso; ciò che i miei occhi videro, in quella vasta radura coperta di erba selvatica e macerie, era talmente assurdo e raccapricciante che per un breve attimo credetti di vivere un sogno. Un macabro sogno. Fu il richiamo stridulo e sinistro di una cornacchia a riportarmi alla cruda realtà e al motivo per cui mi trovavo lì, in uno sperduto villaggio nel freddo nord del regno di Ossian. Fosse stato per me non ci sarei mani andato, ma i miei superiori non avrebbero mai tollerato un rifiuto da parte mia. Anche se ero uno dei templari più promettenti del Circolo, ero pur sempre un giovane iniziato.

Con un sospiro, scacciai quei pensieri dalla mia testa e iniziai a perlustrare la zona circostante. La radura, in cui avrebbe dovuto sorgere il villaggio, si trovava addossata su un fianco della montagna, a diverse miglia di altitudine e proprio sul bordo di un burrone. Gettai un rapido sguardo di sotto, storcendo il naso; non capivo per quale motivo delle persone sentissero il bisogno di costruire delle abitazioni in un luogo tanto remoto e pericoloso. Ritornai velocemente sui miei passi, chinandomi di tanto in tanto sopra arti e membra squartate e osservando attentamente ciò che rimaneva degli abitanti di quel luogo. Il verde dell’erba della radura era di tanto in tanto macchiato qua e là da enormi pozzanghere nero pece ed un forte odore di decomposizione e morte aleggiava nell’aria; mi coprii la bocca con una mano, nel tentativo di non respirare quella puzza, ma fu tutto inutile. L’odore di cadaveri e budella che impestava quel luogo era talmente forte che penetrava fin dentro i miei organi, fin nel cervello, facendo impazzire del tutto i miei sensi e la mia mente. E, in fondo, non poteva essere altrimenti! In quel villaggio era stato compiuto un vero e proprio massacro e, a quanto pareva, nessuno era sopravvissuto.
Spostai lo sguardo sulle macerie delle abitazioni e su quel poco che era rimasto ancora in piedi; la maggior parte delle case era completamente bruciata e quelle poche che erano riuscite a sfuggire alle fiamme erano state distrutte in altri modi. Niente era riuscito a sfuggire alla distruzione, né uomini, né oggetti. Tutto quanto era stato distrutto da qualcosa o da qualcuno.
«Che scocciatura…»
Camminai un altro po’ intorno ai cadaveri, ormai irriconoscibili, di donne, uomini e bambini, cercando di focalizzare l’attenzione sul mio compito; prima avrei terminato il rapporto, prima me ne sarei potuto andare da lì. Rimanere in quel luogo, con la parete di roccia calcarea alle spalle ed un baratro oscuro e infinito di fronte, non era il massimo della tranquillità; come se non bastasse tra non molto sarebbe scesa la notte e bestie feroci e affamate, richiamate dall’odore di carne e sangue, sarebbero uscite dalla foresta circostante con intenzioni tutt’altro che amichevoli.
«Dunque, vediamo…»
Presi un taccuino ed una matita dall’interno della mia tunica e, dopo aver trovato una pagina vuota su cui scrivere, iniziai a ricordare la procedure che avrei dovuto seguire in quel caso.
«Allora, se ricordo bene, la prima cosa che devo fare è contare i cadaveri» dissi ad alta voce. Mi guardai un po’ intorno, maledicendo il protocollo e chi mi aveva spedito laggiù da solo; contare i cadaveri sarebbe stata un’impresa quasi impossibile, da quanto erano stati smembrati. La maggior parte era priva di arti e di testa e molti erano già stati sventrati e mangiucchiati dagli animali selvaggi che abitavano la foresta della montagna. Sospirai, sempre più scocciato per quella situazione, mi tolsi i guanti candidi del Circolo e iniziai, molto controvoglia, quel lavoro da becchino.
Impiegai quasi tre ore a raccogliere i vari pezzi di essere umano sparsi per la radura disabitata, catalogarli alla meglio e addossarli tutti insieme in un punto che si trovava proprio al centro del villaggio. Al termine avevo un’idea leggermente più precisa di cosa era potuto accadere, ma il colpevole di quel massacro continuava a sfuggirmi. Continuava ad esserci qualcosa che non faceva quadrare i conti.
«Ad occhio e croce dovrebbero esserci circa 62 cadaveri, mentre al villaggio a valle mi hanno riferito che qui abitavano 75 persone. Mancano diversi corpi, all’appello…» mormorai tra me e me, guardandomi intorno «C’è qualcosa che non quadra…»
Rifeci il giro della radura, sollevando tutti i pezzi di macerie che incontravo, alla strenua ricerca dei cadaveri mancanti, ma non trovai nulla. Erano come scomparsi, volatilizzati; non c’era niente che potesse appartenere a loro, né carne, né ossa. Era come se quelle tredici persone non fossero mai esistite. Tornai indietro, fino alla catasta di corpi che avevo sistemato al centro dell’ormai distrutto villaggio e cominciai a rimuginare sulla situazione che avevo trovato; ero certo che lì da qualche parte si trovasse l’indizio che mi avrebbe permesso di risolvere il mistero.
“Un villaggio completamente distrutto e i suoi abitanti massacrati, nessun sopravvissuto, segni d’incendio, una decina di cadaveri mancanti… A prima vista si direbbe un attacco di qualche animale selvatico o di qualche creatura magica. Forse è stato un branco di ardimin, anche se sarebbe la prima volta che attaccano un villaggio di umani senza lasciarne in vita nemmeno uno. Per quanto siano stupidi e bellicosi, adorano vantarsi della loro forza bruta…”
Alzai lo sguardo al cielo, ormai violaceo; il sole, un enorme disco rossastro che si stagliava basso in lontananza, era quasi tramontato del tutto e di lì a poco sarebbe scesa la notte. Ormai il tempo a mia disposizione era agli sgoccioli e avrei dovuto darmi una mossa a terminare il rapporto e scendere dal monte prima che le tenebre mi avessero accerchiato. Presi di nuovo il taccuino che avevo appoggiato su una roccia lì intorno e scribacchiai velocemente gli ultimi dettagli, senza nemmeno prestare attenzione al modo in cui scrivevo. Avevo fretta di scendere a valle e di togliermi quella disgustosa sensazione di dosso. Continuava a perseguitarmi, fin da quando avevo messo piede su quei pendii scoscesi e un po’ scivolosi, fin da quando i miei occhi si erano posati sulle macerie del villaggio in rovina, e non ne voleva sapere di lasciarmi in pace. Come se fossi perseguitato da un fantasma, o fossi vittima del maleficio di una vecchia fattucchiera. La paura… Sentivo i suoi artigli sulla mia pelle, come se volesse avvinghiarmi e trascinarmi chissà dove; sentivo che si era fatta sempre più vicina, sempre più forte dentro il mio cuore. Chiusi gli occhi, cercando di applicare i principi che mi avevano insegnato al Circolo, e per essere sicuro rincarai la dose con un pugno nello stomaco; fu sufficiente affinché riuscissi a recuperare l’autocontrollo.
«Chissà cosa mi è preso, all’improvviso…»
Non era da me farmi terrorizzare in quel modo da un luogo, al punto da perdere la calma. Non ero mai stato un tipo pauroso, eppure in quel momento i miei sensi avevano avvertito qualcosa che mi aveva quasi fatto impazzire; come se il mio inconscio avesse realizzato la verità e tentasse di comunicarmela. Mi guardai nervosamente intorno, concentrandomi soprattutto sulla parete di roccia scura e liscia che avevo alle spalle; quella montagna aveva decisamente qualcosa che non quadrava.
«Meglio scendere a valle…»
Tornai leggermente indietro sui miei passi, fino a quello che un tempo doveva essere un deposito per la legna, e, afferrato qualche rametto secco che si trovava al suolo, ritornai alla catasta di corpi e budella che avevo fatto poco prima. Sistemai i ramoscelli alla base e diedi fuoco al tutto. Le fiamme attaccarono subito ed iniziarono a ricoprire con i loro manti rosso e arancione i cadaveri ormai privi di vita; un fumo nero e acre salì velocemente al cielo, in sottili spirali scure. Lanciai un’ultima occhiata alla pira e mi avvicinai al burrone. Esitai un attimo sul bordo, osservando distrattamente la vegetazione rigogliosa che saliva dal terreno; dalla mia posizione sembravano piccole capocchie verdi su un drappo nero.
Stavo per ritornare alla pira e spegnere il fuoco, quando un verso sconosciuto riecheggiò nella valle. Proveniva dall’alto, probabilmente dalla cima della montagna, e non sembrava appartenere a qualcosa di questo mondo; era potente e profondo, al punto da far scuotere la terra sotto i miei piedi come se quella voce provenisse dalle viscere della terra. Allo stesso tempo, però, aveva anche qualche nota quasi acuta, forse un po’ aspra, e c’era qualcosa, qualcosa che per quanto mi sforzassi non riuscivo a comprendere, che mi terrorizzò al punto che, senza pensarci due volte, mi fiondai a rotta di collo giù per il sentiero stretto e pericoloso della montagna, con in testa solo il pensiero di correre il più forte possibile e senza voltarmi indietro.
Il giorno dopo ritornai su quella maledetta montagna. Non saprei spiegare il motivo per cui lo feci; probabilmente era solo un vago senso del dovere. O una malata curiosità.
La sera prima, alla taverna in fondo alla valle, avevo avuto una chiacchierata interessante con l’oste. L’uomo, un vecchio di quasi settant’anni alto quasi due metri e con delle spalle da far invidia ad ogni giovane del Circolo, mi aveva raccontato una leggenda interessante che circolava nella zona e, forse, era stata proprio l’idea che potesse avere un fondo di verità a spingermi a ritornare in quel luogo. Non ricordo le esatte parole che mi proferì, ma mi rivelò che i montanari del villaggio distrutto si lamentavano spesso della presenza di una creatura creduta estinta che lanciava sinistri richiami nel cuore della notte. Secondo l’uomo, quei versi erano iniziati circa tre settimane fa e gli abitanti del villaggio erano talmente terrorizzati che stavano progettando di trasferirsi.
«Peccato che non ci siano riusciti…» mi disse, con un’espressione triste sul volto. Io lo ignorai, finii di trangugiare la birra che mi aveva offerto e mi rintanai nella mia stanza, continuando a rimuginare sulla storia che mi aveva raccontato. Non riuscii ad addormentarmi e per il resto della notte non feci che pensare a creature alate, simili a grossi pipistrelli squamosi e dal fiato di zolfo e fuoco. Il giorno dopo mi alzai di buon’ora e scalai di nuovo il fianco ripido della montagna.
Arrivai alla radura dove sorgevano le macerie del villaggio e la pira carbonizzata dei cadaveri e, dopo aver controllato che il fuoco che avevo acceso la sera precedente non avesse fatto d’anni, tirai dritto, lungo il sentiero che portava alla vetta. La stradina, tracciata solo da qualche roccia bianca e nera qua e là, era talmente malmessa che sembrava non essere stata usata da decenni; era già un miracolo che non fosse stata cancellata del tutto dalla neve e dal vento che in quel punto punto batteva molto più forte del solito. La cima sembrava quasi a portata di mano, ma dopo diverse ore di cammino continuava a non volerne sapere di avvicinarsi; la distanza tra me e la vetta della montagna non accennava a ridursi, mentre il tempo a mia disposizione continuava a diminuire inesorabilmente.
Dopo non so quanto tempo – forse tre o quattro ore – giunsi finalmente alla mia meta e ciò che vidi mi fece persino dubitare della mia stessa esistenza. Esattamente come era accaduto il giorno prima, quando ero giunto al villaggio distrutto, anche questa volta iniziai a credere di star sognando. Sembrava tutto talmente irreale che mi sforzai di credere di trovarmi ancora sotto le coperte, ma il vento che sfregiava dispettoso il mio volto continuava a gettarmi in pasto alla realtà.
La creatura che si trovava di fronte a me sbuffò leggermente, scuotendo il corpo ricoperto di squame dalle infinite sfumature; sembrava non essersi accorta della mia presenza o forse non era interessata a me. Sguainai lentamente la spada, cercando di non fare alcun rumore, e mi avvicinai di soppiatto alla creatura; non avevo idea di cosa fosse, ma il mio istinto di guerriero mi diceva che avrei fatto bene ad ucciderla il prima possibile. Qualcosa mi diceva che forse era lei la colpevole di quella strage e che avrebbe potuto uccidere anche me se avessi indugiato. Avanzai un altro po’, tenendo la lama alta verso il cielo, poi quando fui abbastanza vicino da poterla uccidere in un sol colpo, scattai in avanti, abbassando velocemente la lama sul collo della creatura. L’arma si conficcò nel terreno calcareo dello spiazzo, mentre la creatura, con un ruggito che mi contorse le budella e mi fece salire il cuore in gola, si librò in aria sbattendo le ali poderose. La guardai riposarsi qualche metro più in là, certo ormai che niente avrebbe potuto salvarmi; il mio attacco a sorpresa era fallito e da solo non avrei mai potuto sopraffare quel mostro. Nonostante tutto non avevo alcuna intenzione di darmi per vinto; sebbene la mia morte fosse ormai certa, non volevo morire senza tentare di combattere.
La creatura si posò sopra l’ingresso di una grotta e sporse il suo muso verso di me, scrutandomi; una voce profonda, molto simile al verso che avevo udito la sera prima, proruppe nell’aria, trafiggendomi le tempie e contorcendo i miei organi interni.
«Umano, hai davvero intenzione di uccidermi?»
La fissai interdetto ed abbassai leggermente la punta della mia spada, quasi incredulo per ciò che le mie orecchie avevano appena udito; non riuscivo a credere che quel mostro riuscisse a parlare e comprendere la mia lingua!
«Scommetto che sei salito fin qui per vendicare la morte dei tuoi simili…»
«Sei stata tu ad uccidere gli abitanti del villaggio qui sotto?» chiesi, alzando prontamente la punta della spada verso la creatura alata. L’essere non rispose e sbatté le ali, alzando una folata di vento e polvere che mi accecò per un breve istante.
«Gli uomini sono creature buffe!» esclamò essa, spalancando la bocca nella mia direzione e sfoggiando canini appuntiti e talmente bianchi da risplendere nella scarsa luce del giorno.
«Tu cosa sei?»
«Un drago. L’ultimo della mia specie.»
«Un drago? Che razza di nome è?»
«Non vuoi uccidermi, umano?» chiese la creatura, balzando dalla roccia e piombando proprio in fronte a me. Dallo spavento barcollai, cadendo a terra e perdendo la presa sulla mia spada; il drago rise di gusto, quasi divertito dalla mia paura.
«Sei buffo, umano, gli altri della tua specie hanno tentato di uccidermi, ma tu…» si fermò di colpo, come se fosse pensieroso, fissandomi attraverso i suoi occhi piccoli e gialli «Tu sei diverso, non sei venuto qui per farmi del male.»
«Il mio compito è solo quello di indagare sulla distruzione di quel villaggio, niente di più. Se la causa sei tu, lo riferirò nel mio rapporto. Sarà poi compito di altra gente, ucciderti per ciò che hai fatto.»
«Saresti disposto a lasciarmi vivere nonostante i crimini che ho commesso?»
Fissai quella possente creatura, indeciso su cosa rispondere. Nonostante lo spavento iniziale, stavo iniziando ad abituarmi alla sua figura e alle sensazioni che la sua presenza evocavano in me; ero quasi tentato di rimanere un altro po’ e continuare quella chiacchierata.
«Io sono un templare e ho ucciso molte creature nella mia breve vita, anche innocenti. Alla fine non siamo molto diversi…»
«Un templare? Erano secoli che non sentivo questa parola!» rise il drago, agitando allegramente la coda. Si stese sulla pancia, appoggiando il lungo collo e il muso sul terreno, così da potermi guardare da un’altra angolatura e continuò:
«Ricordo di averne incontrato uno, tanto tempo fa. Era un uomo coraggioso e nobile, forte come cento tori e delicato come un fiore appena sbocciato. Combattemmo l’uno contro l’altro varie volte ed un giorno mi sfidò ad una lotta all’ultimo sangue. Fu lui ad uscirne vincitore, ma alla fine si rifiutò di uccidermi; disse che ero il suo acerrimo rivale e il suo migliore amico e che non voleva mettere fine a tutto.»
«Non ho mai sentito parlare di voi draghi. Perché il Circolo non rende pubblica la vostra esistenza?»
«Perché sono convinti che ci siamo estinti. Millenni or sono, i draghi dominavano i cieli e la terra; erano fiere e nobili creature che tutto dominavano. Gli umani avevano paura del nostro potere e si unirono per distruggerci; fu così che venne fondato il Circolo. Dopo anni e anni di lotte, finalmente riuscirono a estinguere la nostra specie. O almeno questo è ciò che credevano.»
La fissai per qualche altro secondo, poi raccolsi la mia spada e la rinfoderai. Ormai non mi sentivo più minacciato da quel drago e sapevo che non mi avrebbe fatto del male; se avesse voluto uccidermi, lo avrebbe fatto subito all’inizio, quando il mio primo colpo a sorpresa era andato a vuoto.
«Perché hai ucciso quelle persone?»
«Sono stati loro i primi ad attaccarmi, convinti che fossi una creatura del demonio; io ho solo protetto la mia vita.»
«Non c’era bisogno di massacrarli tutti.»
«Volevo evitare che arrivasse uno come te…» rispose il drago, alzando leggermente la testa verso il cielo «Volevo solo vivere questi pochi giorni che mi rimangono in santa pace… Queste montagne erano pacifiche, una volta; millenni fa era questa la nostra casa.»
«Questo era tutto quello che volevo sapere…» dissi. Poi gli diedi le spalle e mi avviai lungo lo stretto sentiero che portava di nuovo a valle.
«Non vuoi uccidermi, umano?» chiese, costringendomi a fermarmi.
«Non ce n’è bisogno. Vivrai i pochi giorni che ti restano in pace, come desideri.»
Il drago rise, agitando la coda a destra e sinistra.
«Questa frase… Anche il vecchio Caliar la disse!»
Gli lanciai un’ultima, fugace occhiata e inizia la discesa. Per tutto il tragitto, sentii lo sguardo penetrante di quel vecchio drago sulla mia pelle, come un marchio infuocato che non voleva sapere di andarsene; una sensazione che non ho mai dimenticato, nonostante siano passati diversi anni. Non feci parola con nessuno di quanto avevo visto, nemmeno con i miei superiori, e, anche adesso, mi piace credere che sia morto di vecchiaia nella vecchia dimora dei suoi avi. Come un fiero, ultimo drago.

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