In gabbia - Antonella Albano, Racconto

Oggi inoltre, venerdì mi è sfuggito, me ne scuso, condivido con voi un racconto che ci ha chiesto di condividere Antonella Albano:


In gabbia

di Antonella Albano



Il ronzio lo svegliò. Il neon del corridoio lo produceva senza sosta. Scompariva solo quando il sonno finalmente riusciva a trascinarlo via dal presente, inoltrandolo in un territorio oscuro, nebuloso. Sebastiano non ricordava mai i sogni che faceva in carcere. Lo scalpiccio delle guardie gli confermò che era l’ora della sveglia, anzi, un poco prima. Alvaro, sotto di lui, ancora dormiva, ne sentiva il respiro pesante. Si voltò per guardare i due letti dalla parte opposta della cella. Di Giovanni, sopra, si vedevano le forme massicce sotto la coperta, che non copriva bene i piedi. Al di sotto, Lorenzo giaceva supino, gli occhi spalancati. Sarebbe uscito in serata, dopo undici anni di carcere. Sebastiano non avrebbe saputo dire se fosse solo ansioso o proprio terrificato da quella prospettiva. I compagni di cella lo avevano sfottuto per la mancanza di gioia con cui aveva guardato arrivare quella data. Anche la sera prima lo avevano preso in giro senza pietà.
“Sì, che ti pare che tua moglie aspetta proprio te?” “Attento a quando entri nel letto di sotto, che ti s’impigliano le corna!!” E giù risate. Lui non aveva reagito. Dopo tanti anni, ci aveva fatto il callo. Forse. 

E lui, Sebastiano? Ci aveva fatto il callo, lui? Senza far rumore scese atterrando a piedi nudi. Cercò le ciabatte e si diresse al bagno. Conveniva sempre andarci prima degli altri, se non si volevano subire i porci comodi di Giovanni, che ci metteva sempre un’ora. Cercò di intercettare lo sguardo di Lorenzo, ma niente: fissava un punto della rete, sopra di sé.
Chi era quell’uomo dallo sguardo scuro che lo fissava dallo specchio ombrato da gocce secche e ditate? Uno dei tanti. Uno dei tanti coglioni che si erano fottuti la vita con le proprie mani. Lui almeno poteva riconoscerlo. Si passò la mano sulla barba lunga. C’era gente che trovava sempre parole nuove per i nemici: gli avvocati, i giudici, i disgraziati che avevano cospirato… Sebastiano sapeva bene che la colpa di tutto quello che gli stava succedendo era lui stesso. Certo, i colpevoli avrebbero pagato, era solo questione di tempo, però lui… che vita aveva fatto fino all’attimo prima di finire là, con quella gente? 

Era arrivato, spocchioso, arrogante – per nascondere la paura, è vero – e quelli gli avevano spiegato come funzionava là. Con il coltello. Ma in fondo quello che gli era successo era il meno. Con una mano si sollevò la maglia, dove la fasciatura copriva la lunga ferita sul fianco. Se era vivo lo doveva al vecchio Alvaro, debole sì, ma con un’autorevolezza naturale in quell’ambiente sensibile alle aure di potere, a Giovanni, che avevano mandato via il suo assalitore e chiamato le guardie. La sua spocchia di giovane ricco, abituato a tutto il lusso possibile aveva funzionato come il miele per le mosche. Sì, se era vivo lo doveva a loro. Il bendaggio era bianco, la ferita non si era riaperta. Bene. Sbrigò i suoi bisogni e si lavò la faccia. Si squadrò di nuovo allo specchio. No, non era più quello di prima. Però, chi era? Si asciugò e uscì dal bagno.

Che stava facendo Lorenzo? Forse aveva perso qualcosa? Un colpo fece rumoreggiare le molle della rete di sopra, ma Giovanni non si svegliò. Lorenzo pendeva da una striscia di coperta appesa alla testata del letto a castello. Si era legato le mani, e poi i piedi all’estremità della sponda, per contrastare l’eventuale spirito di sopravvivenza, e si era lasciato andare. Sebastiano si precipitò a mantenerlo, mentre quello lo colpiva coi pugni. Non capiva se perché voleva vivere o voleva morire. La striscia era stretta intorno al collo, troppo, lui non riusciva a inserirci le dita per allargarla e l’uomo aveva gli occhi spalancati e la bocca pure, mentre l’aria gli mancava. Tutto avveniva in completo silenzio, fra mugugni e ansiti d’angoscia. Alla fine Sebastiano riuscì a immobilizzarlo e a entrare a separare con le dita la striscia di coperta dal collo già rosso di Lorenzo. Gliela tolse con rabbia. Lo colpì pure, su una spalla. Dio, quanto lo odiava quello stronzo! Un vigliacco che non voleva affrontare la vita. Quello rimase lì, come un giocattolo rotto, seduto per terra, appoggiato di fianco al letto, le mani legate e i piedi appesi alla stanga. I singhiozzi lo scuotevano, muti, disperati.

Sebastiano avrebbe voluto colpirlo, ancora e ancora. La rabbia gli mordeva le viscere. Alvaro si girò, nel letto accanto, ancora addormentato. Allora Lorenzo lo guardò allarmato. Si affrettò a togliersi le corde improvvisate dai piedi, ma con i polsi legati, pure se larghi, non ci riusciva. Guardava Alvaro, controllava sopra Giovanni e si sfiniva a liberarsi, gli occhi folli e il respiro mozzo. Anche Sebastiano si scoprì a non volere che gli altri sapessero di quella cazzata. Sospirò e si mise ad aiutarlo. Alla fine stettero lì, seduti sulle ginocchia, a guardare il pavimento. I legacci di strisce di coperta finirono sotto il materasso. Lorenzo si strofinò il collo, dove un segnaccio rosso ora gli doleva. Solo allora guardò Sebastiano. 
Schifo di sé, orgoglio, rabbia: questo c’era in quegli occhi iniettati di sangue, cerchiati, troppo grandi, troppo doloranti, perché Sebastiano non distogliesse i suoi. Non aveva più voglia di picchiarlo, forse. Voleva dirgli… cosa? Le bocche rimasero chiuse, ma c’era qualcosa, qualcosa che li univa. Lui non sapeva cosa, ma si avvicinò, e lo toccò. Lorenzo lo respinse con violenza, mentre gli occhi gli si riempivano di lacrime, e la testa si voltava via: non voleva quella pietà. Non voleva quello. Ma Sebastiano non si arrese, lo tirò, lo costrinse a guardarlo, trattenendogli le braccia con forza. Poi gli mostrò i propri occhi, con tutta la loro rabbia, la paura, l’orgoglio che affioravano, e lo abbracciò, forte, mentre le spalle di Lorenzo fremevano, si abbassavano e si alzavano nei singhiozzi. Poi lo tirò via da sé e si alzò. Giovanni si stava stiracchiando, facendo gemere le molle del letto, troppo piccolo per lui. Lorenzo si asciugò gli occhi con l’avambraccio e si rimise nella branda. Sebastiano si girò e si rivolse alla finestrella, per quel pezzo di cielo che in alto si poteva vedere. Una fitta al fianco gli fece alzare la maglia: ecco, la ferita si era riaperta.
Che cosa c’era fuori per lui? Avrebbe avuto ragione di avere paura? Aveva ragione Lorenzo? Chi sarebbe uscito da quelle mura, una volta scontata la pena? 




Il racconto in questione è uno spin-off del suo libro "Amori e altri misteri"
Se il racconto vi è piaciuto potete trovare maggiori notizie sulla sua pagina: Antonella Albano
e sul suo sito: Antonella Albano

Il racconto era stato precedentemente pubblciato su 20lines, questo è il link: In gabbia

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