La Morte Velata - Capitolo 5 - Valentino Eugeni

Bentrovati lettori!
Eccoci al nuovo capitolo del Romanzo a Puntate di Valentino Eugeni, vi lascio il link al Capitolo 1 se qualcuno non lo avesse letto.
E vi lascio il link alla pagina dell'autore: Valentino Eugeni
La Morte Velata, Capitolo 5
[Passi a piedi nudi, parole non riconoscibili. “ho paura” (forse)]

“Ho l’impressione di cadere, ma non a terra, di cadere nel nulla infinito. Perdo la coscienza come brandelli di me stessa, perdo i ricordi e li vedo allontanarsi da me. Sono minuscole scintille che vagano in un nero così profondo da farmi paura.
Sento le sue parole, - dietro di me? Sopra di me? -, che continuano a parlare di trasmutazione, di calcinazione. Non capisco. Il coltello mi ha squarciato la gola, non ho provato dolore, la sua mente mi ha costretta a desiderare il martirio. Una parte di me, un piccolo cuore luminoso, viaggia oltre il buio e una mano lo afferra, sento ridere…”

[Grido acuto, respiro affannoso]

***

Erika scende in laboratorio.
Per accedere al seminterrato bisogna scendere due rampe di scale anonime e raggiungere un piccolo atrio spoglio. La parte inferiore del muro è dipinta di verde, il resto è bianco. Sul soffitto, a distanza regolare, sono murate delle piastre d’ottone, con smeraldi triangolari incastonati, che servono a creare zone di non interferenza. La Cappa Grigia non è solo brutto tempo e pioggia e nebbia, ma è la frattura tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Certo, vi sono definizioni migliori, definizioni scientifiche, ma la realtà è molto semplice: ciò che doveva essere separato si è incastrato come pezzi sbagliati di un puzzle. I fantasmi sono ovunque, i demoni, come li chiama il popolino, camminano sulla terra e l’uomo si è inventato talismani, incantesimi, parole, gesti, e mille altri modi per tenerli a bada. “Incanti Apotropaici”, ha dato quattro esami solo per quelli.

Senza accorgersene si ritrova davanti alle porte a vetri degli uffici investigativi. I loghi della polizia di stato e del DIE campeggiano in bianco, a destra un tastierino numerico e un lettore di tessere.

Il cellulare squilla.
“Pronto? Ciao mamma, bene mamma, adesso avrei un po’ da fare.”
La doppia porta si apre silenziosamente. Un agente in camice bianco ne esce, Erika si fa piccola e abbassa la voce avvicinandosi alla parete. L’agente sale le scale.

“Ti prego mamma.” Implora a denti stretti. “Ti chiamo dopo. Va bene? Sono ancora viva e credo proprio che passerò la giornata indenne!”
“Mamma!” Sibila. “Ne abbiamo già parlato. E non è adesso il momento di riaprire la conversazione. Ho preso la mia decisione e dovrai fartelo piacere.”

La porta del laboratorio si apre di nuovo.

“Sono già in ritardo, mamma.” Erika reprime una lacrima di rabbia. Ha provato a indulgente, sta per chiudere la conversazione ma il tono patetico di sua madre la fa uscire di testa. Sussurra rabbiosa mettendo le mani a coppa: “Non puoi fare così ogni volta! Non ho intenzione di fare la mantenuta, non ho intenzione di rilevare l’azienda di famiglia, e non ho intenzione di godermi i vostri soldi!”

Un uomo non molto alto, sulla cinquantina, robusto, e vestito di un gilet di jeans nero, si pianta sulla porta. Erika gli getta uno sguardo in tralice e smette di parlare. Sua madre tace, poi un sospiro, poi un singulto, e inizia la sceneggiata della madre sofferente e abbandonata dall’unica figlia ingrata.

L’uomo alza un sopracciglio nero folto e imbronciato. E’  completamente calvo, ma compensa con dei lunghi baffi spioventi da motociclista, e lo sguardo da bulldog. Continua a fissarla e si mette le mani sui fianchi. Ha un vistoso orologio con la cassa d’acciaio intorno al polso e mani forti e tozze, pelose.

Per non darla vinta a sua madre, e all’importuno, Erika scandisce: “Non cambierò idea! Questa è la verità. Fine della storia!” e chiude il telefono con un colpo rabbioso sul display. L’uomo non solo ha ascoltato l’intera telefonata, ma non sembra nemmeno avere l’intenzione di andarsene.

“Agente Farnese, suppongo.” La sua voce è baritonale, con una sfumatura ironica, con la quale sottolinea la parola ‘agente’.

“Sì. Sono io! Con chi ho il piacere di parlare?” l’altezzosità dei Farnese si palesa in tutta la sua potenza, Erika solleva il mento, per poi far ricadere le spalle quando l’uomo risponde: “Sono il commissario Gregori e la sto aspettando da mezz’ora. Ha qualche problema?”

“No, commissario. Nessun problema.” Dice, e ripone il cellulare nella borsetta. “Una telefonata improvvisa…”
“Ho notato. Le secca seguirmi? Le serve altro tempo?”
“Assolutamente no. La prego di scusarmi per il ritardo.”
“Venga.”

Sergio Gregori si volta senza complimenti e comincia a camminare a lunghe falcate nel corridoio principale del seminterrato. Erika lo segue in silenzio, di nuovo la sensazione di trascinamento, di vertigine. Il passato non ha più senso, i ricordi diventano confusi.

A destra e a sinistra si trovano gli uffici dei responsabili delle indagini, uffici aperti, non molto grandi, ma bene illuminati e separati da pareti di vetro trasparenti.

Gregori punta senza esitazione verso il suo ufficio, sulla porta satinata campeggia a lettere bianche: “Capo reparto.”
Apre la porta dalla maniglia di ottone, entra, e le fa un gesto ruvido con le dita per invitarla a entrare, le indica una seggiola di metallo e plastica nera.
Erika si accomoda, accavalla le gambe. Kwame Solis è in piedi vicino all’angolo della stanza, accanto alla libreria bianca appoggiata alla parete. Ha lo sguardo fisso nel vuoto come al momento del loro primo incontro.

Gregori si siede alla sua scrivania ingombra di fogli, penne, e cellulari. Un monitor piatto è in bilico in un angolo, spinto via dalle cartacce e dagli appunti a matita.

Il commissario la guarda da sotto in su mentre si siede. Parla e non fa nulla per nascondere la sua ironia: “Dalla faccia che ha fatto deduco che ha già incontrato il nostro ispettore.”
Erika annuisce, evidentemente lo stupore infastidito provato entrando nell’ufficio era risalito fino al suo volto, e questo non è un bene: un’incantatrice emotiva non piace a nessuno.

“Sì. Ci siamo incontrati poco fa al secondo piano, vicino all’ufficio del direttore Siffredi.” Dice col tono più neutro che le riesce.
“Bene. Se per lei non è un problema vorrei passare direttamente alle questioni pratiche.” C’è qualcosa nella voce di Gregori, una forzatura sarcastica. “Lei è stata selezionata tra molte, e sono certo che sarà in gamba. La mia squadra svolge un compito difficile, è necessaria la piena collaborazione e fiducia reciproca.”
“Certo commissario. Capisco perfettamente. Può chiedermi tutto quello che desidera. Non conosco ancora i membri della squadra, ma sono certa che lavoreremo tutti al meglio.”
“Ecco. Bene. Appunto.” Il commissario fa un sorriso tirato. “Cominciamo a togliere le stronzate, può andare per te? Lasciamo i salamelecchi per occasioni ufficiali. Io sono Sergio Gregori. Puoi chiamarmi commissario o Gregori.”
“Direi che mi piace.”

Gregori si appoggia allo schienale, piega le labbra da un lato, dondola un ginocchio nervosamente. Solìs, invece, è rimasto tutto il tempo in silenzio, inespressivo, come se non ascoltasse o non riuscisse a focalizzare i pensieri sul momento presente.
“E tu ispettore?” Erika cerca di essere amichevole ma non ha contatto visivo con l’uomo che continua a serrare e rilasciare le labbra color caramello.

“Ora devo darti subito una brutta notizia.“ Il commissario si passa una mano sugli occhi, è stanco. “Stamattina presto due dei nostri, Verri e Piasecki, sono rimasti coinvolti in una, diciamo,  manifestazione ostile. Non ho altri dati e ancora non ho un rapporto.”

“Mi spiace. Come stanno adesso?”

“Verri dovrebbe arrivare a breve. Petra è all’ospedale, mi hanno detto che ha ripreso conoscenza da poco.”

Come sbucato dal nulla Solìs le porge una cartellina blu con dei fogli dentro. La tiene con la punta dell’indice e del pollice di entrambe le mani.
“Grazie Solìs.” Dice il commissario. “Queste sono le foto scattate dalla territoriale questa notte, e ci sono anche due righe stilate dai colleghi.”

Erika dà una rapida scorsa ai documenti e poi si rivolge ai due: “Potrebbe essere qualsiasi cosa. Un incanto a morte, una fattura, gli effetti a lungo termine di qualche feticcio simpatico. Mi fa pensare il fatto che il cadavere sia posizionato in maniera rituale, ma potrebbe anche averlo fatto spontaneamente sotto un influsso di suggestione.”

“E’ quello che abbiamo pensato anche noi, ma non avendo dati oggettivi siamo in attesa.”
Erika apre di nuovo il rapporto, legge altre pagine.
“Un poltergeist? Potrebbe essere?”
“No.” Risponde Solìs tornato all’angolo.
Erika si volta, cercando di mantenere un atteggiamento normale, accavalla le gambe.
“Cosa intendi?”
“I poltergeist si manifestano in presenza di un catalizzatore, in caso contrario non hanno energia sufficiente a influenzare la materia. Un catalizzatore è un individuo instabile che fornisce energia allo spirito minore. In questo caso c’era solo il morto.”

“Scusami, possiamo anche saltare le spiegazioni, so cos’è un catalizzatore.”
Solìs non risponde.
“C’era anche l’agente Verri e il viceispettore Piasecki, giusto? Non potrebbero essersi sincronizzati?”
“No.”
Erika apre la bocca per parlare ma non sa come rispondere, avrebbe voglia di insultarlo ma è comunque un suo superiore.
Gregori è rimasto a occhi chiusi, appoggiato allo schienale della sedia.
“Spiega Solìs.” Ordina seccato.
“Mi ha detto lei di non offenderla con le conoscenze accademiche.”
“Lascia perdere le conoscenze accademiche e onoraci del flusso dei tuoi pensieri, va bene?”
“Escludo che i due nostri colleghi possano essersi sincronizzati con un poltergeist. In primo luogo nessuno dei due è sufficientemente instabile da fornire energia a un poltergeist senza accorgersene. In secondo luogo sono addestrati e hanno esperienza su campo. Lo escludo, si intende, con una buona percentuale di confidenza.”
“E poi c’è la questione dell’area morta.” Aggiunge Gregori.
“L’area morta?” Erika sbatte le palpebre. “Parli dei rilevamenti aurali a zero?”
“Sì, ma non solo. Verri è al laboratorio per la revisione dell’attrezzatura, c’è il rischio che sia malfunzionante e questo spiegherebbe lo zero. Ma c’è anche che tutti i tentativi di comunicazione con l’anima del defunto sono falliti, e Piasecki ha affermato di non aver avvertito altre presenze.”

“E questo è assurdo.” Continua Erika, arricciando le labbra. “Però anche in questo caso non possiamo escludere la possibilità di un errore umano.”
Gregori annuisce ma lo fa tristemente, troppo a lungo.
“Non sto accusando nessuno, ci mancherebbe, però essendo una pratica personale c’è sempre la possibilità di un errore. Ho detto solo questo.”
“Hai ragione, hai ragione. E’ questo lo spirito giusto. Però sono propenso a credere alle parole di Petra, ma non dobbiamo lasciarci fuorviare. Hai proposte?”
“Sì.” Erika fa dondolare la penna tra l’indice e il medio. “Potrei tentare un incantesimo di rivelazione. Se c’è qualcosa di nascosto dovrebbe venire fuori.”
“Fallo! Voglio che andiate immediatamente in via Colombo. Se c’è qualcosa che infesta quel luogo lo voglio sapere al più presto, prima che i giornali inizino a ricamare. Se hai bisogno di materiali puoi chiederli all’ufficio approvvigionamenti. E’ lungo il corridoio.” Il commissario indica con la testa.

Un’ombra si delinea dietro la porta satinata, si sente bussare e Verri, senza attendere risposta, entra nell’ufficio.  Ha una garza bianca sulla guancia destra che arriva fin sotto l’occhio.

“Buongiorno a tutti.”
Tende una mano in direzione di Erika. “Sandro Verri. Piacere.”
“Erika Farnese. Piacere mio.” Risponde alzandosi in piedi e stringendogli la mano, fissa la garza.
L’uomo le sorride gelido, poi si gira verso il commissario e parla rapidamente: “Torno adesso dal laboratorio. L’attrezzatura è perfetta. Perfetta! Ho assistito personalmente ai test, c’è poco da fare, funziona. Tu sei stata aggiornata?”
“Ehm, sì, diciamo di sì. Ho dato una letta alla documentazione.” Erika apre la cartellina, sfoglia le pagine cercando di leggere più dettagli possibile. “E il commissario mi stava illustrando la manifestazione a cui avete assistito. Mi spiace per quello che vi è successo.” Indica il cerotto.
Sandro fa cenno di lasciar perdere: “Non è niente, grazie della premura. Come ci muoviamo quindi?” incalza.

“Lo stavo appunto dicendo.” Fa Gregori abbassando delle carte. “Loro due tornano sulla scena del crimine e fanno ulteriori analisi.”
“E io? Vado con loro? Dobbiamo interrogare anche gli altri inquilini, sapere se hanno avvertito qualcosa. Avevo anche intenzione di fare delle indagini sulla locazione. Questa volta, però, mi porto dietro l’RCP. Ci vorrà un’oretta per montarlo però è molto più sensibile del rilevatore aurale e ha un’area di azione più ampia. Voglio analizzare l’intero caseggiato. Se tutto va bene per domani mattina abbiamo tutte le letture.”
Gregori si fa torvo. “Tu te ne vai a casa e ti fai una bella dormita. Hai già avuto abbastanza emozioni.”
“Sergio! E’ successo qualcosa di anomalo, ok, ma sto bene. Voglio continuare.”
Gregori si alza, aggira la scrivania. E’ più basso di Verri di almeno trenta centimetri ma lo fissa in cagnesco con il mento all’insù: “Non te lo stavo chiedendo.”

Verri gira sui tacchi e esce.

“Non servi a nessuno se crolli! Mi servi sveglio!” Gli tira dietro Gregori, poi chiude la porta. Il commissario torna alla scrivania e si lascia cadere sulla sedia.

Cala un silenzio pesante per diversi minuti. Erika cambia posizione più volte sulla seggiola, Solìs continua, con le braccia lungo i fianchi, a far finta di nulla.

“Siete ancora qui?” chiede il commissario.

Se volete seguire l'autore la pagina facebook è questa: Valentino Eugeni

Inoltre è presente un'intervista divisa in parti: Parte 1Parte 2Parte 3

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