La Morte Velata - Capitolo 6 - Valentino Eugeni

Bentrovati lettori!
Eccoci al nuovo capitolo del Romanzo a Puntate di Valentino Eugeni, vi lascio il link al Capitolo 1 se qualcuno non lo avesse letto.
E vi lascio il link alla pagina dell'autore: Valentino Eugeni
La Morte Velata, Capitolo 6

[Click, qualcosa che batte sul legno. Dita che tamburellano?]

“Sorella mia, nei Reami del Tempo ogni azione deriva da un contrasto, dalla continua alternanza degli opposti. Il continuo desiderio di conflitto deriva da questa legge fondamentale. Tutto, nell’Onda, è influenzato e influenza il resto. Come le onde in un lago, come le onde in un lago, come le onde in un lago…”

[continua per cinque minuti]

“Il problema non è l’assenza di libertà, ma l’esatto contrario. Le nostre onde sono disperse nel vuoto, risuonano ma sono deboli. Sorella mia, dobbiamo aspettare il momento giusto. Possiamo compiere solo piccoli passi verso la libertà.”

[Urto, pianto]

***

Sergio Gregori scende dalla macchina imprecando.
La vecchia Alfetta rossa, tirata a lucido, comincia a perdere un po’ del suo rosso fiammante, ma ancora spicca tra le piccole utilitarie scure parcheggiate sotto agli alberi scheletrici di corso Turati.

Non ha trovato un parcheggio vicino all’ospedale, deve farsi un bel pezzo a piedi. A quell’ora c’è sempre confusione ma non è emblema di vitalità, di attività produttiva, è un via vai trascinato, una stanca ripetizione del cosiddetto necessario. La gente esce dai negozi, dalle auto, dai sottopassi, staccando a stento i piedi da terra. Sono tutti vecchi, sono tutti già decrepiti: donne, bambini, giovani con lo zaino. Tutti già morti, tutti bagnati, con la pioggia sporca  che ormai è penetrata fin nelle ossa, e le ha rese deboli, ha ucciso i muscoli.

Prende dal sedile posteriore un ombrello scuro con il manico di legno, come li facevano una volta. La pioggia scende obliquamente e si stampa sugli occhiali a specchio come una manciata di riso. E’ costretto a toglierli. Tutti si mascherano, tutti cercano un segno distintivo, e ogni atteggiamento è finto, ogni gesto è studiato per darsi un tono, per apparire non più come una sagoma sullo sfondo plumbeo ma come una persona vera. A causa del Sisma Metafisico i torinesi sono diventati dei tristi pagliacci. Chi indossa scarpe vistose e fluorescenti, chi si veste troppo elegante per far spesa all’Iper, chi sfoggia creste, piercing, tatuaggi da far invidia alla Yakuza, e chi, come lui, occhiali da texano. Come se servissero davvero a qualcosa sotto al perenne sudario.

Sbuffa, li infila nel taschino interno del giubbotto di pelle nera. Si avvia a grandi passi verso l’ospedale. Il pagliaccio Gregori, dato che non può indossare il costume con gli occhiali da sole, decide di indossare il costume della rabbia. C’è una lunga fila di automobili, un corteo funebre, qualche colpo di clacson come un singhiozzo di vedova, il fruscio delle gomme sul bagnato. Cammina a testa bassa, senza badare ai passanti, alle signore con le borse in mano, ai ragazzi in attesa dell’autobus, ai colletti bianchi incalzati come tartarughe negli impermeabili.  Il pagliaccio Gregori cammina, urta la gente, insulta se qualcuno gli si para davanti, ma lo fa a mezza bocca, fa più paura.
E il mondo continua muoversi intorno a lui, con sussulti  aritmici del cuore di un moribondo. Nelle automobili le facce sono  spente e lunghe, in disfacimento, fatte marcire dalla sensazione di nulla e vuoto che la cappa insinua nel petto di ogni persona.
E contro questo Gregori spinge il suo grugno in avanti, per dar loro qualcosa da dire, qualcosa da pensare. Ci fa caso lui, nota ogni dettaglio, è uno sbirro del resto. Finché sono in gruppo gli abitanti del mondo, anche solo in due, il fatto di avere un interlocutore rende tutti forzatamente reattivi. Quando sono soli si rendono tutti conto della vita che scappa, del lento trascorrere del tempo, della possibilità di morire in ogni istante e divenire ombra, sussurro, apparizione. E non è di consolazione il sapere che c’è un Aldilà, che l’anima davvero persiste al corpo, perché sono impazzite e compulsive, sono residui patetici, sono parodie. Pugili acclamati e vincenti ridotti all’impotenza su una sedia di un vecchio appartamento pieno di ragnatele.
E il vecchio Gregori queste cose le vede, le legge sui loro volti, e allora spinge, urta, scansa, insulta.

L’ospedale spunta nel bel mezzo del niente, uno scatolone abbandonato su di un tavolo. Un palazzone squadrato color giallino spento, finestre alte e arcuate, inferriate, e una ridicola porticina con un insegna di plexiglass buona per un night club da quattro soldi. L’ingresso è illuminato da lampade al neon, tutto il mondo è illuminato da lampade al neon, notte e giorno. Le porte a vetri cigolano nell’aprirsi. La gente entra e esce con la testa bassa spingendo la porta dove capita e lasciando impronte di unto. Questo saremo: impronte di unto, rimaste per caso, a suscitare lo schifo di chi verrà dopo di noi.

Il commissario si affaccia al vetro, anch’esso unto, della reception. Seduta su una seggiola una signora grassa, dai capelli cotonati color topo, lo osserva da dietro delle spesse lenti. Biascica masticando una gomma. Non alza nemmeno lo sguardo, fa un grugnito.

“Salve. Sono Gregori della Esoterica.”
“Come?”
“Sono il commissario Gregori della polizia.”
“Ah, buongiorno.”
“Stamattina è stata ricoverata qui un’agente, si chiama Petra Piasecki.”
“Piasecki… Piasecki… sì, è stata trasferita al terzo piano, stanza 33.”
“Grazie.”
“Prego.”

Terzo piano: neurologia.
Non è strano che i medium abbiano dei crolli psichici, fa parte dei rischi del mestiere. Sono ipersensibili, nel migliore dei casi, e vivono sempre un po’ al di qua e un po’ al di là del velo che separa il mondo dei vivi da quello dei morti. Non è strano che possano subire un forte stress e star male. Eppure il fatto che Petra sia stata trasferita a neurologia lo turba. Petra non si merita una cosa del genere, non se la merita. E poi, davvero, cosa è successo in quella stanza? Si scopre a sperare che si tratti davvero di qualcosa di esterno, fosse anche un demonio divoratore. Esorcizzata l’entità, finito il male, ma se non è così?

Il commissario si ferma alla prima macchinetta del caffè, infila una monetina e attende. Schiocchi, ronzii e l’odore del caffè troppo caldo. Attende anche che la bevanda si freddi, mentre legge i poster informativi sulla gravidanza e l’allattamento.
Fin dai primi giorni Petra aveva conquistato tutti: giovane e curiosa, sensibile, comprensiva, dolce al limite della sopportazione. Tutti la trattavano un po’ come una mascotte, e a lei questo andava bene, ci scherzava su, e  si era dimostrata subito altrettanto valida e professionale. Impossibile non provare affetto per lei, per il suo carattere, il suo accento, la sua umanità. Sì, quella è la parola chiave: umanità. Ogni tanto capita di incontrare qualcuno che, davvero, sappia opporsi alla morte, sappia guardare da un’altra parte invece di fissare il baratro, il buio.
Non ha molto senso aspettare ancora, ma lo spaventa l’idea di vederla abbattuta, non sorridente come al solito. Bel commissario che sei, bel capo squadra.
Si guarda riflesso nel vetro della macchinetta: aria burbera da motociclista, sguardo intenso e studiato, e quel bicchiere di plastica che gira e gira tra le sue dita. Gran bel commissario.
Spinge il bicchiere nel cestino stracolmo, e si dirige verso le scale per il terzo piano. E’ una sua impressione o quell’ospedale è troppo buio? C’è silenzio ovattato in tutto il corridoio, un’atmosfera bluastra, crepuscolare, che dovrebbe essere rasserenante e, invece, nasconde presagi nefasti a ogni angolo.
Gregori non ama affatto gli ospedali: ogni volta che è costretto a entrarvi diventa irrequieto, lancia in continuazione brevi occhiate a destra e a sinistra, e si controlla le spalle. Intravede con la coda dell’occhio una figura femminile bagnata fradicia, che lo segue, lo attende immobile nei vani delle porte. Quella figura ha un nome ma lui non ha mai il coraggio di pronunciarlo, nemmeno nell’intimità dei suoi pensieri.

Giunto al reparto si intrufola nella porta smerigliata semi aperta. Si aspetta che un infermiere gli piombi addosso dall’adiacente saletta ma non c’è nessuno.  Gira a sinistra. Il corridoio svolta, poco più avanti, verso un altro corridoio identico. E’ un labirinto semplificato ma alienante: le porte sono bianche, molte delle quali socchiuse. All’interno vecchie signore accanto a mariti malati, figlie in attesa, giovani nipoti e parenti annoiati. Non vi è una gran differenza tra chi è costretto a letto dalla malattia e chi lo accudisce. Tra chi è obbligato a soggiornare nel lazzaretto e chi, -libero? -,  può uscirne.

Finalmente legge il numero 31 su una targhetta. La porta di plastica bianca è chiusa. Bussa, sente qualcosa dall’altra parte che potrebbe essere un ‘avanti’, ed entra.

Petra è stesa sul letto, su di un fianco, sola. Respira pianissimo e tiene le gambe piegate sotto le lenzuola. Una flebo e una rivista di moda mezza aperta sul petto, sono l’unica compagnia.
Una piccola finestra di alluminio da sulla strada, il vetro è coperto di gocce e polvere, fa guardare il mondo con occhi miopi. Le pareti, così come la mobilia, e l’unica seggiolina della stanza, sono di un verdino smorto; nel complesso ricorda l’aula di una vecchia scuola elementare.

“Permesso?”
Lei gira la testa molto lentamente, poi si accorge di lui e da un colpo di reni per mettersi dall’altro lato. E’ stanca e accaldata, il volto, più pallido del solito, non sorride appena come di consueto e non ha quell’aria da ragazza timida. Il commissario fa del suo meglio me non darle a vedere che è preoccupato.

“Ciao Sergio.”
“Ciao.”
“Vieni siediti. Sono contenta che sei venuto a trovarmi.”
Sergio avvicina la sedia al letto e si siede con cautela.
“Come stai? Ci hai fatto prendere un bello spavento.”
Petra avvicina la mano sinistra per quanto può e Sergio la stringe tra le sue.
“Sto bene. Ho solo un forte mal di testa.”
“Vuoi che vada a parlare con un dottore? Chiamo un’infermiera?”
“No. Grazie. Mi stanno già riempiendo di antidolorifici e faccio dei sogni terribili.”
“Che vuoi dire?”
“Non lo sai perché non hai frequentato i corsi di comunicazione EUT.”
“Mica sono un medium, io!”
“Non si usa più quella parola Sergio.” Risponde imbronciata ma i suoi occhi azzurri sorridono. “Si dice: esperto in comunicazioni con Entità Ultra Terrene. E.U.T.”
“Oh scusami, non pensavo fossi così legata alle etichette dottoressa.”
“Sergio,” fa lei con voce da rimprovero. “Medium sembra una che fa le carte in tv. Ma del resto che cosa mi aspetto da uno vecchio che ancora dice di lavorare per la Esoterica.”
Gregori le sposta i capelli sudati dalla fronte.
“Perdoni questo povero vecchio ignorante allora, dottoressa Piasecki, laureata in comunicazioni con Entità Ultra Terrene. Di cosa mi stava parlando?”
“Ecco. Così va meglio!”
Petra ha ripreso colore in volto ma solo per un momento. Sergio vede lo sguardo muoversi a guardare qualcosa che lui non può vedere, e le labbra impallidiscono, gli occhi diventano più incavati quando continua: “I sedativi impediscono la concentrazione volontaria. E’ quella cosa che ci permette di non vedere sempre l’Aldilà. I sensitivi sono, per natura, sempre un po’ sincronizzati con le altre realtà ma sono in grado, con l’addestramento, di non esserne travolti. Sotto sedativi entrano in contatto casuale con altri mondi, specialmente di notte, e questo non fa dormire bene.”
“Mi dispiace.” Le stringe le mani un po’ più forte. “Che cosa hai sognato? Me ne vuoi parlare? Magari sfogarti può farti bene.”
Un’ombra gelida oscura i suoi occhi celesti, sfila la mano dalle sue. “No Sergio, non me li ricordo bene. Erano incubi confusi. Non ti preoccupare. Volevo solo chiacchierare un po’. Sto molto meglio adesso.”
Sergio si appoggia al piccolissimo schienale, la sedia cigola. La guarda severo. “Come preferisci.”
“Grazie.” Fa lei, ma le sue labbra tremano. Un ricordo le passa sul viso e Gregori non riesce a trattenersi: “Che tu non voglia dirmelo mi sta bene, sono affari tuoi. Ma non inventare scuse, non mi prendere per il culo.”
“Scusami.” Petra si umetta le labbra secche e tumefatte. “Hai ragione. Sono degli incubi strani ma molto reali e sono personali. Per questo non voglio parlarne, preferisco pensare ad altro. Magari mi passa il mal di testa.”
“Adesso ci capiamo, testa di formaggio!”
“Meglio testa di formaggio che testa pelata.” Risponde accennando una linguaccia.
“Ringrazia che siamo soli e che sei in un letto di ospedale! Altrimenti ti avrei fatto cacciare dalla squadra con malocchio e calcio nel culo di rito!”
Petra ride. Gregori rimane in silenzio. Non c’è molto da dire, è preoccupato, vorrebbe aiutarla, ma è la sua maledizione, non può. E ancora sente alle spalle l’ombra che lo segue, il gocciolio dell’acqua, i passi di piedi nudi sul pavimento. Chiude gli occhi, prega in cuor suo che vada via, che Petra non se ne accorga. Lei si è stesa di spalle, allunga le gambe. I piedi spuntano dal bordo del letto.
“Come stanno andando le indagini? Avete scoperto qualcosa?” chiede posando la rivista sul comodino. Il commissario tira un sospiro di sollievo e la sua gola si apre: “Che ti importa adesso? Non sei in servizio, e lo sai che devi riposare.”
“Dai, fai contenta questa povera malata.”
“E va bene. Ma solo cinque minuti.”
“Si babbo! Poi mi porti a comprare il gelato?”
Gregori le dedica una smorfia, per chiunque altro avrebbe tirato fuori qualche insulto, ma Petra no, Petra è innocente.
“Non siamo ancora riusciti a comprendere la natura della manifestazione che ti ha coinvolta.”
“Anche perché non hai ancora la mia testimonianza.”
“In effetti, ma solo se non ti sforzi troppo.”
“Uh. Sei davvero insopportabile, peggio di mio padre. Pace all’anima sua.”
Petra sorride, fa delle smorfie esagerate, ma la mente corre a quegli istanti terribili: il vuoto, il baratro senza fine di nero e viola, la cosa che la attendeva. E ricorda tutto, con lucidità, non ha mai perso i sensi. In qualche modo la cosa voleva che guardasse, voleva il suo terrore. Sente ancora le dita ghiacciate nel suo corpo che la bloccano, la fanno muovere, la fanno parlare.

Petra fissa il soffitto, fa alcuni gesti vaghi con le mani, cerca di afferrare i pensieri e trasformarli in parole, ma i ricordi la graffiano dal di dentro e la sua bocca si piega, trema, gli occhi si colmano di lacrime e inizia a piangere, il petto scosso da singulti.
“La sensazione che ho avuto…” dice.
“Petra, lascia stare.” Il commissario si alza in piedi, cerca di stringerle le mani ma lei si ribella.
“No. No.” Scuote il capo con intensità, gli occhi ancora chiusi e piangenti, la mascella serrata. “Fammi parlare. Non potevo muovermi ma vedevo tutto.”
Gregori le accarezza la fronte, col dorso della mano asciuga le lacrime che scorrono bollenti.
“E’ tutto finito Petra, calmati.”
Lei lo guarda cercando di riprendere fiato, è rossa in volto.
“Il vuoto Sergio.”
“Cosa vuoi dire?”
“C’era il vuoto. Un abisso. Un abisso di niente.”
“L’inferno? Il limbo?”
Petra fa di no con la testa. “Il vuoto. C’è il nulla oltre l’aldilà, un nulla infinito e quel nulla, Sergio, in quella luce verde, c’era qualcosa che voleva ingoiarmi.”
Il commissario sta in silenzio, continua a carezzarle il volto, le sopracciglia.

“Cantava.” Dice Petra pianissimo.
“Chi cantava?”
“Quella cosa. Cantava. Ci faceva cantare. Ci faceva vibrare.”
“Verri ha detto di aver sentito dei suoni, ma non ne è certo.”
“Cantava!” Petra alza la voce, singhiozza, si aggrappa al giubbetto di Gregori e affonda la testa sul suo petto.

La porta della cameretta si apre, entra un dottore alto e brizzolato. Il suo volto abbronzato a furia di lampade, ha un che di spocchioso.
“Che diavolo sta facendo?!” Grida.
Gregori si volta allargando le braccia.

“Mi scusi dottore,” interviene Petra con la voce ancora rotta. “E’ colpa mia, mi sono commossa.”
“Lei dovrebbe riguardarsi! E deve stare tranquilla! Non mi costringa a darle dei sedativi, lo sappiamo entrambi che non le fa bene!” Il dottore getta un’occhiataccia a Gregori. Non crede a una parola di Petra ma decide di lasciar perdere. Il commissario fa un passo indietro e lascia il posto al dottore che tasta il polso di Petra e le osserva le pupille.
“Come vanno le emicranie?” chiede.
“Un po’ meglio, ma vanno e vengono.”
“E’ normale, purtroppo. Nei prossimi giorni dovrebbero scomparire del tutto. Forse dovrebbe riposare un po’.”  Conclude guardando il commissario dall’alto il quale, per puro desiderio di sfida, era rimasto con le braccia conserte.
“Il dottore ha ragione.” Commenta senza distogliere gli occhi dall’uomo in camice. “E’ meglio se dormi un po’. Passerò a trovarti domani, va bene?”
Petra gli dedica un bel sorriso.
“Sì, grazie Sergio. A domani. E scusami…”
Gregori e fa un cenno di saluto con la mano; piccole ramificazioni paonazze le corrono sulle guance, ha gli occhi ancora arrosati ma non piange più. Forse sono solo i medicinali, forse è lo shock, ma il vederla piangere in quel modo gli ha strappato il cuore. Esce dalla stanza, sta per imboccare il corridoio, quando la porta si apre di nuovo, rapidamente. Il dottore lo chiama a voce piuttosto bassa: “Lei è un parente?” Chiede. Gregori raggela.
“Sì.” Mente. “C’è qualche problema?”
“Purtroppo ci sono complicazioni.”
“Di che genere?”
“Vede. Non ne siamo ancora sicuri, dobbiamo effettuare altri esami, però sembra che, a seguito del forte stress psichico accumulato, si sia formato un nodulo nel lobo parietale destro del cervello.”
“E’ grave?”
“E’ un accumulo di liquido nel cervello.” Risponde seccato e continua: “Non lo possiamo ancora sapere. Il nodulo potrebbe rimanere stabile o potrebbe espandersi rapidamente. Ora non abbiamo ancora avvisato la paziente per non causarle ulteriore stress. La signora Piasecki aveva effettuato gli esami encefalici di routine, con il suo mestiere è prassi normale, e fino a sei mesi fa del nodulo non vi era traccia.”
“E cosa può comportare?” domanda, e sente le proprie parole distanti, sta sprofondando.
“Se il nodulo si espande può causare delle alterazioni della memoria, e del comportamento, non lo possiamo sapere per certo.”
“Sia sincero.”
Il dottore, nonostante la sua aria austera, fissa lo sguardo alle spalle di Gregori.
“Nella maggioranza dei casi il nodulo porta alla morte del paziente da tre a sei mesi, per questo volevo avvisarla.”
Gregori desidera fortemente dare un pugno in faccia a quello spilungone, gli parla bruscamente: “Ci sarà pure qualcosa che si può fare, no?!”
“Faremo tutto il possibile, glielo assicuro, ma le speranze non sono molte.”
Gli tende la mano e Gregori la stringe.
“Buona giornata, mi dispiace.”

Gregori si avvia mesto nel corridoio, è vuoto. Una dottoressa lo incrocia senza scambiare una parola. Da una porta poco distante una figura magra e bagnata fradicia si affaccia, lo segue con lo sguardo. Gregori accelera il passo, abbassa la testa, e gira l’angolo quasi correndo: si sente soffocare.




Se volete seguire l'autore la pagina facebook è questa: Valentino Eugeni

Inoltre è presente un'intervista divisa in parti: Parte 1Parte 2Parte 3

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