#SalToDiqualità: cinque giorni al vecchio, nuovo Salone di Torino

Cinque giorni sembrano tanti ma la verità è che non sono mai abbastanza. Ricordate il Natale della vostra infanzia, quando ne pregustavate l'atmosfera già a settembre? Beh, per me il Salone è sempre stato qualcosa di più del Natale: le persone possono regalarti libri, ma non la bellezza di passeggiare in cinque padiglioni interamente affollati di carta stampata e storie che attendono proprio te.


Le foto di questo articolo sono tutte state scattate da me.

Potete immaginare come mi sia sentita alla minaccia di Milano di strapparmi un'occasione meravigliosa come il Salone di Torino: anziché ampliare fiere già esistenti e consolidate, il gruppo Mondadori ha preferito ancora una volta la spazzatura alla cultura e ha creato un divario in un Paese che già legge poco e compra sempre meno libri.
Torino ha saputo sfruttare l'ingenuità di Milano? Sì, perché solo al primo giorno abbiamo raggiunto gli ingressi complessivi di Tempo di Libri.
Cos'è cambiato concretamente dalla scorsa edizione, che mi aveva lasciata un po' delusa? E cosa si potrebbe fare per migliorare ancora?


Se ricordate, l'anno scorso ho potuto permettermi il lusso di essere visitatrice-standista, nel senso che rompevo le scatole allo stand e giravo tranquillamente la fiera; quest'anno invece ho vestito i soli panni della standista, sempre rompiscatole. Se Aratak e Venus vi hanno parlato delle iniziative dedicate ai lettori, io vi racconterò dei dietro le quinte e del tipo di pubblico che si è aggirato quest'anno tra i padiglioni.

Ma gli standisti non avrebbero dovuto
essere persone serie?

Partiamo proprio dal pubblico: complici i buoni lettura, stanziati dalla regione per le scuole superiori che si fossero recate in visita al Salone (che invidia ho ancora, ragazzi...), quest'anno si sono viste un sacco di scolaresche. Il buono, del valore di 15 euro, poteva essere speso come una banconota negli stand aderenti; Plesio Editore ha partecipato all'iniziativa e molti ragazzi hanno deciso di darci fiducia, magari dopo un bel giro tra gli altri espositori.
Rispetto all'anno scorso, i lettori si sono rivelati molto più curiosi, soprattutto i giovani, e disposti ad ascoltare. L'interesse principale era per i generi più in voga -urban fantasy nel nostro caso- eppure l'eterogeneità è stata la chiave di volta di questo Salone.
E per quanto riguarda i meno giovani? Ammetto che questa è stata la categoria più interessante, fonte di varie scenette da incorniciare. Siamo passati dagli sguardi di rimpianto, accompagnati dalla fatidica frase "eh il fantasy... lo leggevo quando ero ragazzino, è da tanto tempo che non lo riprendo", alle bocche storte seguite dalle mani agitate in segno di disapprovazione (italian way of saying "che schifo il fantasy") all'entusiasmo di chi cercava storie diverse dal solito.
Eterogeneità, come ho detto sopra. Da un lato l'esperienza dei lettori cresciuti a pane e classici del fantastico, dall'altra il pregiudizio che ancora avvolge la letteratura d'evasione, come se evadere non possa implicare il riflettere.
Infine, parliamo degli addetti ai lavori. Nonostante l'ingresso gratuito per i blogger, scelta obbligata date le politiche di Milano, il pubblico del Salone non era composto solo da blogger. Eravamo tutti lettori, là tra le pareti di Lingotto Fiere, a caccia di libri e sogni. Per quanti fossero, blogger, giornalisti e relatori erano una parte non preponderante del pubblico.

So che state aspettando i dietro le quinte e ora vi accontento.
Cominciamo dagli stand: quest'anno sono stati pensati per essere più vivibili sia dai visitatori che dagli espositori e non posso che complimentarmi. Durante la scorsa edizione la moquette rossa, le pareti grigio scuro-nero e gli spazi claustrofobici dietro al bancone non hanno aiutato le due parti in causa; era difficile anche solo prendere i libri dagli scatoloni sotto i tavoli e avevo sofferto davvero di un attacco di claustrofobia (che peraltro non ho mai patito). Capirete con quali accortezze mi ero premunita, in quel giovedì 18 maggio. Ebbene, ho dovuto ricredermi: l'allegro fucsia della moquette, il grigio chiaro e la maggior metratura disponibile hanno reso gli stand dei comodi punti di incontro tra il pubblico, che poteva fermarsi a guardare e chiacchierare in santa pace, e gli autori. Più spazio a disposizione significa anche più colore e, credetemi, l'aspetto estetico di questo Salone è stato incredibile; potrà sembrarvi una scemenza ma per vivere bene gli spazi di una fiera è importante che l'ambiente sia accogliente e, soprattutto, che tutto il pubblico sia a proprio agio. Degli standisti incapaci di muoversi per allungarvi un libro possono diventare intrattabili.

Non vedete come siamo carini, invece?

L'altro punto a favore è stata la pulizia: ho visto molti più spazzini e cestini rispetto alle altre edizioni e le persone sono state più educate con i propri rifiuti. L'ambiente era totalmente vivibile, bagni compresi.
Cosa dire dell'orario di chiusura che tanto ha fatto scalpore? Vedete, questo punto rientra nel discorso della vivibilità. Siamo d'accordo che il Salone occupi solo cinque giorni all'anno ma, credetemi, una tirata di 12 ore senza pause, né per pranzare né per andare in bagno, sono micidiali per chiunque. L'anno scorso questo ha significato espositori stanchi e avviliti dalla scarsità di pubblico, che rasentava lo zero assoluto nelle ore serali. Si è preferito pertanto avere editori più riposati ed eventi sparsi nella città fino a tarda sera, raggiungibili facilmente dal Lingotto.

Un punto d'onore molto importante è stata la democraticità della XXX edizione del Salone. Da che ho memoria, ricordo i corridoi principali assediati dagli stand dei colossi dell'editoria e le zone perimetrali dei padiglioni come un'indistinta palude di tavolini che "eh avessi più soldi ci farei anche un giro...". Il merito più grande della nuova direzione è stato capire l'importanza dei piccoli editori, la colonna portante del mercato editoriale nel nostro Paese, e dar loro il giusto spazio al giusto prezzo. Se il pubblico si è lasciato trasportare in ogni angolo della fiera è perché le aree riservate agli eventi sono state distribuite meglio, permettendo anche ai piccoli stand di trovarsi a fianco di un punto d'interesse per la folla. Noi per esempio eravamo accanto allo Spazio Piemonte e abbiamo raccolto molte più persone rispetto all'anno scorso, pur essendo nella medesima posizione; nel 2016 ci eravamo infatti ritrovati pigiati tra altri editori, lontani dalla Sala Azzurra che costituiva la principale attrattiva del padiglione.

Quest'ultimo aspetto conduce alle polemiche circa l'organizzazione e l'assegnazione degli stand.
Come ha spiegato lo stesso direttore Lagioia, il design del Salone era già stato stabilito con largo anticipo e sfruttava grandi aree "di ritrovo" per coprire l'annunciata assenza dei grandi colossi. Potete immaginare il fiume di lavoro che si è riversato per assegnare un posto agli editori, anche molto importanti, che si sono aggiunti all'ultimo minuto, alcuni fino a due settimane prima dell'inaugurazione. Se proprio volete puntare il dito contro un colpevole non accusate una gestione che, con i suoi difetti e le sue inesperienze, ha saputo dare inizio a un nuovo percorso; additate quegli editori che non hanno capito nulla del loro stesso pubblico, forti della certezza che solo i grandi contano in Italia.

Concludo con la domanda che ci siamo posti in tanti, una volta salutata la sagoma familiare del Lingotto Fiere: cosa si può fare per crescere, come Salone e come pubblico?
La risposta non è univoca e la ricetta è difficile da trovare. Noi come pubblico dobbiamo essere più consapevoli nelle nostre letture e pretendere il nostro rispetto come consumatori; noi come Salone abbiamo il dovere di portare libri e autori da ogni angolo del globo e promuovere altre iniziative per avvicinare alla lettura tutti coloro che se ne sono allontanati, per diseducazione o per mancanza di possibilità.

Ultimo giorno, ultimi minuti al Salone.
Corridoi bui, standisti stanchi e indaffarati.

E voi, sarete con me il prossimo anno?

Ink Maiden

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